Che fine hanno fatto i forconi? Due mesi fa, grazie all’enfasi regalata dai media, sembrava tenessero in scacco l’Italia. Autostrade bloccate, marce su Roma, proteste diffuse, e soprattutto comparsate televisive innumerevoli (una volta li si sarebbe chiamati “prezzemolini”). Erano poche centinaia, sicuramente espressione di un malcontento estesissimo, taluni di vera disperazione; dovevano dare voce al popolo sfinito, qualcuno scomodò il nobile (a suo modo) termine di rivoluzione. I ruspanti capi – il veneto, il siciliano, il laziale in Jaguar -, che sprizzavano terra e territorio già dall’accento dei dialetti, erano tutti dotati di siti internet molto documentati e pronti all’eventuale bisogna elettorale. Di genuino in quel movimento c’era poco; nulla negli infiltrati di centri sociali e Casapound sempre pronti a cavalcare qualsiasi moto di piazza.

La classe media italiana vessata; le centinaia di migliaia di disoccupati, cassintegrati, tartassati, artigiani, piccoli imprenditori; le persone più attanagliate dalla morsa della crisi, la loro rabbia sfociata nelle scorse settimane in episodi di intemperanza meritavano – e meritano tuttora – una rappresentanza migliore. Le difficoltà sono reali, nella vita quotidiana come nel rapporto con la politica; ma la protesta sterile, priva di proposte e alternative percorribili, ha una sola valvola di sfogo. La violenza. Sottile o manifesta, subdola o plateale, soltanto verbale o addirittura fisica, la sopraffazione è l’unico esito possibile di un malessere – reale, feroce, a volte tragico come purtroppo sanno i familiari dei tanti suicidi – che dimentica la responsabilità. Che cioè scarica ogni colpa su “altro”: la politica, l’economia, le banche, Napolitano, coloro che ci hanno ridotto a questo stato, e via elencando.

La rivoluzione non si fa per delega e neppure protestando di avere ragione e tutti gli altri torto marcio. Il cambiamento richiede di assumersi responsabilità e di saper dire le proprie ragioni nel modo giusto, adeguato, comprensibile. Anche fossero dalla parte del giusto, i grillini che vanno all’assalto delle istituzioni passano automaticamente da quella del torto. I forconi saliti dalle stalle alle Cinque stelle non rendono nessun servizio né al popolo in crisi né agli elettori che giustamente vogliono cambiare le cose e si ritrovano la guerriglia in Parlamento, proprio nel momento di scelte cruciali che richiedono la responsabilità di tutti.

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