Tre donne ai vertici, ma senza reali poteri di gestione. Manager più o meno legati alla politica e agli establishment consolidati. E soprattutto persone di fiducia piazzate nei posti giusti, senza clamori, lontano dai riflettori ma ancorati nella stanza dei bottoni. Ecco le nomine al vertice degli enti economici (Eni, Enel, Poste, Finmeccanica) secondo Matteo Renzi. Una mano di bianco per ritinteggiare locali che non vengono ristrutturati. La vera novità, che comunque non va disprezzata, sarà il taglio degli stipendi per i nuovi capi-azienda, sempre che venga accettato.

La grande scaltrezza. Queste nomine sono il simbolo di come Renzi si è mosso in questi mesi: grande abilità nel fare apparire interventi modesti come rivoluzioni epocali, che è pur sempre qualcosa a fronte dell’immobilismo. L’altra faccia dell’astuzia renziana è attirare l’attenzione su certi aspetti della sua azione (gli stipendi, le donne, i nomi nuovi) per distoglierla dai conflitti di interesse (già evidenziato quello di Emma Marcegaglia) e dalle mosse più accorte. Come l’aver collocato alcuni suoi finanziatori nei consigli di amministrazione appena rinnovati: Luigi Zingales, economista renziano, all’Eni; Alberto Bianchi, tesoriere di Renzi in quanto presidente nonché contributore della fondazione renziana Big Bang, all’Enel; Fabrizio Landi, finanziatore delle campagne elettorali renziane, a Finmeccanica; Antonio Campo dall’Orto, anch’egli sostenitore della Big Bang, alle Poste.

Tutta qui la discontinuità rispetto al passato? Per ora sì.

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