Il Circo Massimo di Beppe Grillo fa ridere al cospetto di quello di Sergio Cofferati. Era il 2002, a Palazzo Chigi stava Silvio Berlusconi e il suo governo cercava disperatamente un modo per cambiare quello su cui Matteo Renzi oggi si appresta a passare un colpo di spugna: l’articolo 18.
Il 23 marzo la Cgil portò un milione di persone sulla spianata dove gli antichi romani facevano gareggiare i cavalli. Oggi per riempire di nuovo il vallo tra Palatino e Aventino ci vorrebbe un altro concerto di vecchie glorie come i Rolling Stones, forse anche di Antonello Venditti. Sicuramente funzionerebbe meglio lo show di Sabrina Ferilli che si spoglia ancora per lo scudetto della Roma.
Grillo no. Non è il nuovo Ben Hur. Lui si è già giocato il suo campionato delle piazze. Appena 45mila fedelissimi si sono riversati in questo fine settimana al Circo Massimo, e sono tutti (o quasi) lì a brontolare perché loro dormono in camper e Beppe in un hotel di lusso, perché nel movimento la democrazia non esiste, perché i Cinque Stelle tradiscono molte attese.
La piazza piange. Quella stessa piazza che aveva creato il mito del movimento capace di aggregare nuovamente le folle, di parlare diretto alla gente-gente. Grillo ha costruito le sue vittorie elettorali come facevano i politici di un tempo, con i comizi in città e paesi battuti a tappeto, creando eventi, riempiendo gli spazi pubblici. Dalla campagna del Vaffa-Day all’ultimo tour pre-europee all’insegna del #vinciamonoi , l’ex comico sembrava l’unico politico rimasto in grado di usare la piazza, mentre Berlusconi veniva affidato ai servizi sociali e il Pd celebrava le primarie su Sky come fossero la riedizione di X-Factor.
Il Circo Massimo a cinque stelle è il funerale della piazza come luogo della politica e soprattutto dell’antipolitica. La piazza era il grande spauracchio di chi stava a Palazzo Chigi. La sola minaccia di uno sciopero generale era capace di bloccare leggi e terremotare governi. I sindacati sono stati maestri nell’impugnare quest’arma nei lunghi anni in cui erano uniti e avevano le forze (e i soldi) per organizzare massicce mobilitazioni operaie.
Ma la Triplice non aveva l’esclusiva della piazza. La «marcia dei 40mila» del 1980, quando i quadri Fiat scesero in corteo nelle strade di Torino, segnò una svolta epocale nelle relazioni sindacali. Silvio Berlusconi, alla guida di quello che a torto era ancora bollato come un «partito di plastica», portò due milioni di militanti di centrodestra in piazza San Giovanni a Roma contro il governo Prodi il 2 dicembre 2006. E sei mesi dopo, il Family Day radunò nella stessa piazza, da sempre simbolo delle lotte della sinistra, un altro milione di persone che chiedevano un diverso trattamento fiscale per le famiglie.
La piazza è emulazione, amplificazione, incoraggiamento reciproco, consolidamento dell’identità. Attira giornalisti e telecamere, trasformando le proteste in materiale per opinionisti e sociologi, oltre che una grana per i politici al potere. La piazza tramuta in realtà di popolo quello che fino a un attimo prima è soltanto tam-tam virtuale. È il luogo dove uno ci mette la faccia e il corpo, non appena la firma o il nick.
Ma dalla piazza siamo passati alle piazzate. Un simbolo di forza, di antipotere, di democrazia dal basso, l’ambito di identificazione tra persone sconosciute unite da un obiettivo comune, ora è ridotto al teatrino urlacchiato di Grillo. Oppure ospita le stanche manifestazioni studentesche, quei cortei che – come in questi giorni – si ripetono all’inizio di ogni anno scolastico, sempre uguali negli slogan, nelle sciarpe, negli striscioni, nella voglia di saltare lezione. Passano gli anni, ma tra ottobre e novembre non possiamo privarci delle okkupazioni studentesche, un rituale che immancabilmente si conclude con una bella autogestione.
Ormai i soli ad amare le piazze sono i teppisti, i violenti, gli infiltrati che si mescolano ai manifestanti armati di mazze e molotov. No global, black block, antagonisti, anarchici, «indignati», incappucciati hanno militarizzato le proteste trasformando i cortei da spazio di rivendicazione pacifica a terreno di guerriglia urbana che terrorizza chi ancora crede nelle proteste in buona fede. Più che i politici, sono loro, gli strateghi della tensione e i professionisti della spranga, i traditori di chi scende in strada.
Si svuotano, le piazze, per paura. Ma anche perché per riempirle occorre essere in tanti, ed essere uniti, organizzati, motivati, disposti a rischiare e a rimetterci, tutti protesi verso una causa grande, che moltiplica le forze quanto più è ambiziosa. Un ideale, per usare una parola grossa; un obiettivo temerario e contagioso, lontano ma non irraggiungibile. Tutte materie prime che oggi scarseggiano nell’Italia debilitata dalla crisi. Oppure bisogna essere molto, molto arrabbiati. L’ira però è passeggera, e perché la protesta sia efficace ci vuole tenuta.
Il paradosso è che oggi nel mondo ritorna largamente la politica della piazza, che diventa l’emblema delle rivendicazioni popolari. Anche nel linguaggio. Dici Piazza Tahrir e pensi alle manifestazioni del Cairo di tre anni fa e a tutta la primavera araba. Zuccotti Park è il quartier generale di Occupy Wall Street , il movimento di protesta contro la speculazione finanziaria. Piazza Taksim è stato teatro di scontri sanguinosi, con morti e migliaia di feriti tra la gente di Istanbul che contestava il governo di Erdogan. In Piazza Syntagma si è riversata un’immensa folla di Atene esasperata dalla drammatica crisi economica. Piazza Maidan è l’epicentro e il focolare della rivolta popolare ucraina: e «maidan» è parola che significa proprio «piazza» nella lingua ucraina, persiana e araba. E se oggi si pensa a Piazza Tienanmen a Pechino, ciò che viene subito alla mente non è Mao che vi proclama la Repubblica popolare cinese ma la cruenta repressione delle proteste e la foto del giovane in camicia bianca che ferma la colonna di carri armati. Sono passati 25 anni ed è cambiato un mondo. Chiedono democrazia, elezioni libere, partecipazione popolare, accesso a internet. Da Madrid a Bangkok, da Tel Aviv a Kiev, da Pechino a Hong Kong, le piazze sono come la voce che si mette a urlare quando le altre strade si sono dimostrate inefficaci. O le orecchie dei potenti sono troppo dure. Da noi invece le piazze sono divenute cornici usurate, fondali che hanno ospitato troppe recite da quattro soldi.
Manifestare stanca. Serve tenacia e convinzione nelle proprie idee, fiducia nei propri mezzi e pure un briciolo di speranza. Ormai anch’essa è merce rara, anche tra i piazzaioli a cinque stelle, delusi dalla coppia Grillo-Casaleggio. I quali, dopo il Parlamento, delegittimano anche il luogo che aveva regalato loro il successo. I piazzisti della piazza.

(Questo articolo è uscito sul Giornale di domenica 12 ottobre. Lo ripropongo sul blog per continuare l’acceso dibattito suscitato.)

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