Non so se Massimo Bossetti, il muratore bergamasco accusato di aver ucciso brutalmente Yara Gambirasio, sia colpevole o innocente. Le prove scientifiche sono (sembrano) tutte contro di lui. Egli non ha offerto elementi convincenti a propria discolpa. La strategia difensiva non ha grandi armi. La stampa gli è ostile. I ricorsi della difesa sono stati tutti respinti.

Ma anche se Bossetti fosse il mostro che viene rappresentato, è intollerabile vedere calpestata la sua persona. Io difendo i suoi diritti.

Il diritto a non essere intercettato in carcere.

Il diritto a non vedere messe in piazza le intercettazioni di colloqui privati con le persone più care.

Il diritto a un processo che si svolga in un’aula di giustizia e non su giornali e tv mentre le indagini preliminari non sono ancora chiuse.

Il diritto a una difesa pari, non impari: appena il suo legale accenna a una mossa, ecco che qualche manina fa uscire dal segreto istruttorio foto, filmati, brogliacci, verbali da cui estrapolare frasi smozzicate e costruire castelli accusatori in modo che le tesi dei pm non possano essere intaccate.

Il diritto a essere giudicato sui fatti e non sugli «scenari». Se sui sedili del furgone si trovano fili di tessuto (non pezzi di pantaloni: piccoli filamenti volanti) compatibile con i jeans indossati da Yara, ecco che «Yara salì sul furgone». Se Bossetti discute con la moglie, ecco che «la rimprovera di non averle creato un alibi». Eccetera.

Io difendo i diritti calpestati di Bossetti. Se dev’essere condannato, che ciò avvenga in un giusto processo e non in un’iniqua gogna allestita nella piazza del voyeurismo virtuale nel compiacimento collettivo.

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