La Francia ha approvato una legge che vieta lo spreco di cibo nelle catene della grande distribuzione. Gli alimenti invendibili ma ancora commestibili non dovranno più finire in discarica, ma donati ad associazioni di carità, trasformati in concime o in mangime per animali. Le sanzioni sono pesanti: multe fino a 75mila euro o due anni di carcere. Il provvedimento è stato votato dall’assemblea legislativa transalpina all’unanimità.

Finalmente un Paese convinto che la lotta allo spreco alimentare vada incentivata e regolamentata. In Italia tutto è lasciato alla grande generosità e alla buona volontà di supermercati ed enti caritativi come il Banco alimentare, che operano con le braccia di migliaia di volontari. Lo vede bene l’ultima settimana di novembre quando viene organizzata la Giornata nazionale della colletta alimentare, il più grande gesto di carità collettiva d’Italia.

Combattere lo spreco fa l’interesse delle aziende, per le quali lo stoccaggio e lo smaltimento è un costo; fa l’interesse dell’ambiente perché diminuisce il volume di rifiuti; svolge un’azione educativa perché aiuta a guardare l’altro senza pretese e senza assistenzialismo pubblico. Ma soprattutto offre cibo a milioni di persone che non possono permetterselo: si calcola che nel nostro Paese siano 10 milioni quanti vivono sotto la soglia di povertà. Soltanto il Banco alimentare (iniziative analoghe si stanno diffondendo) ha distribuito nel 2014 56mila tonnellate di cibo a migliaia di associazioni caritative che poi raggiungono i singoli bisognosi. Il governo Renzi e il Parlamento dovrebbero copiare il provvedimento francese.

Finché non si mette piede in un magazzino che raccoglie queste eccedenze, non si ha idea della quantità di cibo che si può recuperare dai supermercati senza problemi di igiene o adeguata conservazione: prodotti prossimi alla scadenza che vengono tolti dagli scaffali, confezioni danneggiate durante il trasporto o male etichettate, piatti pronti, e altro ancora. La sensibilità anti-spreco sta giustamente crescendo in questi anni di crisi in cui non si butta via nulla, dalle scatolette di cibo fino al lavoro precario che proprio non corrisponde ma almeno garantisce quattro soldi. Le reti sociali sul web possono aiutare molto a fare crescere questo stili di vita e l’economia della condivisione (di cui mi sono occupato recentemente in questa inchiesta) valorizza tutti gli sforzi in questo senso. Avanti, politici italiani, fate una cosa in nome del bene comune e copiate dagli odiati cugini francesi.

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