Comunque la pensiate sulla fecondazione artificiale, il diritto ad avere figli, le adozioni gay, la ricerca e la sperimentazione riproduttiva e le connesse questioni bioetiche, dovete leggere questa intervista che un giovane e bravo giornalista del settimanale Tempi, Leone Grotti, ha fatto a una trentaseienne belga nata con l’inseminazione artificiale da un donatore anonimo. Stephanie Raeymaekers non ne fa una battaglia religiosa, ideologica o culturale; racconta semplicemente la propria esperienza, e davanti all’esperienza non c’è nulla che tenga, come nel blog ripeto sovente (e inutilmente con chi ama le proprie idee più di ogni altra cosa). Contra factum non est argomentum, dicevano i latini.

La donna, figlia della provetta, spiega il percorso fatto e le domande esplose quando (a 25 anni) seppe come era venuta al mondo. Non voglio riassumere il contenuto perché le parole della Raeymaekers vanno lette tutte. Mi soffermo soltanto su pochi passaggi. Il primo:

«Voglio sapere da dove vengo, ma non posso. Tutti parlano dei figli come un diritto, ma nessuno si interessa dei diritti dei bambini».

Come quando si discusse di divorzio e aborto, anche ora i diritti dei bambini sono quelli più conculcati; si afferma il diritto di avere figli a ogni costo ma si nega il diritto ad avere una famiglia in cui crescere bene. Perché l’altro aspetto – agghiacciante – dell’intervista è il rapporto tra lei e i genitori, in particolare il padre.

«Io voglio bene ai miei genitori e voglio bene a mio padre, che resterà sempre tale, anche se non mi ha concepito biologicamente. Però i rapporti sono stati influenzati, per forza di cose. Quando l’ho saputo, mio papà mi ha detto: “Il fatto che tu non sia mia biologicamente interferisce nel rapporto che io ho con te. Tu infatti mi ricordi costantemente che io sono sterile”».

Non è dunque vero che «tutto è possibile» e che tutto è uguale, che ogni combinazione di genitori vale l’altra, che volere a tutti i costi un figlio significhi di per sé volergli bene.

«Non basta l’amore dei genitori, perché questo metodo di concepimento crea ferite che non si rimarginano e che portano i figli ad allontanarsi dai genitori. Ci sono storie che spezzano il cuore».

L’intervista racconta bene questo dramma, senza recriminazioni ma neppure senza sconti; domande crude che non hanno risposte. Stephanie Raeymaekers ha fondato un’associazione di nati in provetta che si batte per il diritto a conoscere i genitori biologici «perché il diritto al figlio è una menzogna».

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