A qualche giorno di distanza dal clamoroso “coming out” del teologo polacco gay che lavorava in Vaticano, la vicenda assume i contorni più chiari di un’operazione mediatica: un libro in uscita, l’inizio del Sinodo, una conferenza stampa tutt’altro che improvvisata, un blog e una pagina Facebook aperti per l’occasione. Non credo che l’intento principale di monsignor Charamsa fosse quello di fare cassetta con il libro: sono convinto che in Vaticano esista una lobby gay che cerca di influenzare le scelte della gerarchia sulle questioni morali. Papa Francesco l’ha già denunciata. Mi pare che l’operazione non abbia avuto gli esiti sperati da chi l’ha ordita.

C’è tuttavia una domanda più profonda che resta aperta. La sfida posta dal prete polacco non è solo sull’omosessualità, ma sul celibato dei preti, sulla loro vocazione alla castità. Se monsignor Charamsa avesse rivelato di avere una compagna invece che un compagno sarebbe rimasto al suo posto come nulla fosse? Dunque esiste una questione aperta e più radicale. Perché la Chiesa propone ai consacrati la castità? È solo una rinuncia, un’opzione al ribasso, o un “di più”? Esiste una realtà così affascinante, così coinvolgente da compiere tutta intera l’affettività di un uomo o di una donna anche senza il sesso? E questa realtà, queste persone pienamente dedite al centro del loro amore così speciale, è gente fuori dal mondo o un segnale per tutti, un richiamo all’esistenza di questo bene così grande?

Conosco persone così – preti, suore e persone normali che vivono la vita di tutti con questo fuoco dentro – e ogni volta che le incontro queste domande si riaprono. Anche Charamsa, a modo suo, le ripropone.

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