Gli agenti della Cia… al servizio delle grandi banche

ciaUno degli scopi di questo blog è di evidenziare notizie che sfuggono al radar dei grandi media, ma che permettono di capire alcuni aspetti nascosti o opachi della realtà in cui viviamo. Recentemente ho scoperto una storia alquanto singolare: La Cia, sebbene impegnata da quasi un decennio nella lotta al terrorismo, permette ai propri agenti di … arrotondare lo stipendio offrendo i propri servizi a società private e in particolare a grandi banche di Wall Street (Goldman Sachs, ad esempio) e Hedge funds. A svelarla la vicenda è stato Politico, che a sua volta ha attinto a un libro di prossima uscita e io ne ho parlato in questo articolo .

Esiste anche un’agenzia di “collocamento” creata da agenti in pensione e denominata, guarda caso, come la Cia ma con la B ovvero Bia. La Cia si giustifica assicurando che se non permettesse il “doppio lavoro” molti lascerebbero l’incarico. Sarà, ma la vicenda apre degli interrogativi inquietanti: che cosa fanno questi agenti? Politico una sola tecnica, quella che permette di capire se una persona sta mentendo senza ricorrere alla macchina della verità. Troppo poco e troppo rassicurante.

Sorgono, spontanee, molte domande: quanti agenti  lavorano per terzi? Per quanto tempo? Usando quali tecniche?   Hanno accesso al database e ai documenti top secret?  E mi chiedo: il ricorso agli agenti della Cia è compatibile con il rispetto delle leggi sulla trasparenza o non rappresenta, piuttosto, un caso di concorrenza sleale?

Lo sccop di Politico è passato quasi inosservato negli Usa. Una deputatessa ha presentato un’interpellanza, il presidente della Commissione servizi del Senato ha promesso di interessarsi alla vicenda. Stupefacente la risposta dello Zar antiterrorismo, Dennis Blair, che ha lasciato intendere di non saperne nulla. Ha promesso che investigherà e farà sapere.

L’impressione è che le autorità americane vogliano far passare la vicenda in sordina.

Confesso che dopo i casi Madoff, Lehman, il crash finanziario, le connivenze tra lobby e mondo politico e conoscendo le logiche senza scrupoli dei banchieri di Wall Street, non mi sento affatto tranquillo, sapendo che Goldman Sachs e affini si avvalgono della Cia. E sarebbe il caso che l’Europa chiedesse chiarimenti.

O sbaglio?

PS Intanto Google si allea con la National Security Agency, il Grande Fratello elettronico dei servizi segreti Usa…

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Caso Morgan, i trafficanti di droga sentitamente ringraziano

Dunque, il cantante Morgan, idolo di milioni di giovani che guardano  la trasmissione X Factor, ammette di farsi ogni giorno di cocaina “per combattere la depressione“. Poi ritratta, ma è troppo tardi. Il festival di Sanremo decide di escluderlo. Mi auguro che anche X Factor lo allontani, per ragioni che mi sembrano assai ovvie.

Temo, però, conoscendo le regole della comunicazione che questa intervista abbia già fatto danni immensi, visto lo spazio che le hanno dedicato i media.

Il meccanismo che viene indotto è il seguente: Morgan è un figo, drogarsi non fa male perchè in tv lo vedo in gran forma, simpatico e brillante. E poi guarda quanta visibilità…. E se lui lo fa per combattere il mal di vivere, perchè non dovrei farlo io? Un meccanismo che fa leva non sulla razionalità del fan, (nessuno ammette di essere manipolabile) bensì sullo spirito di emulazione, è subliminale, emotivo. Nessun ragazzo ammetterà di drogarsi perché lo fa Morgan, anzi lo negherà con forza. Ma poi aumentano quelli che si lasciano tentare. Le tecniche di condizionamento psicologico delle masse sono molto più potenti e infidi di quanto si pensi. E la gente non ne è consapevole.

Nei miei studi di comunicazione ho trovato molti casi analoghi. E tutti, purtroppo, con lo stesso finale. Spacciatori e trafficanti di droga sentitamente ringraziano.

PS Riccardo Gatti è il massimo esperto di droga italiano e autore del sito  droga.net . Ecco il suo commento sulla vicenda Morgan: Il vero problema non è Morgan, ma la comunicazione. Indipendentemente dal fatto che faccia uso di droga o no, si sta facendo un grande spot per l’uso di cocaina“.

Lo sottoscrivo.

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Stati Uniti: quarto atto dell’attacco alla Cina

Questo è un post brevissimo che, per una volta, mira non tanto a suscitare un dibattito, ma semplicemente a tenervi aggiornati su una vicenda che abbiamo seguito sin dall’inizio: ovvero la guerra assimettrica avviata dagli Usa contro la Cina. Pechino ha minacciato di riconsiderare le relazioni con Washington se Obama incontra il Dalai Lama. Obama ha risposto subito annunciando che incontrerà il Dalai Lama.

La mia impressione è che la Cina non abbia ancora preso le misure a Washington. Concludo l’articolo con queste parole:

L’unica opzione esclusa è quella militare. Per il resto gli Stati Uniti stanno applicando le tecniche della guerra non convenzionale e asimmetrica, che furono delineate una decina d’anni fa proprio da due studiosi cinesi nel saggio «Guerra senza limiti». E dunque punteranno a esasperare le difficoltà latenti della società cinese, come l’oppressione delle minoranze, tibetane ma anche musulmane, degli uiguri; enfatizzeranno le violazioni dei diritti umani, su cui da tempo chiudono gli occhi; tenteranno di dare forza alle tante rivolte dei diseredati cinesi.
L’obiettivo finale è la crisi finanziaria. L’America è persuasa che l’economia cinese sia in piena bolla finanziaria ed economica, provocata dalle manipolazioni del cambio. E farà di tutto affinché lo scoppio della bolla provochi la caduta del regime comunista o la disgregazione della Cina. Come già avvenne con l’Urss.

AGGIORNAMENTO: Nella partita è entrata anche la questione iraniana. Washington sta trattando segretamente con Teheran in chiave anticinese. Le aperture di Ahmadinejiahd sull’arricchimento dell’uranio all’estero, rientrano in un gioco ben più ampio, come spiego in questo articolo.

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Ecco l’intervista al braccio destro di Roubini. Euro a rischio?

arnab-das.jpgL’altro giorno vi avevo chiesto di “aiutarmi” a preparare l’intervista ad Arnab Das, il braccio destro dell’economista Nouriel Roubini e la vostra risposta è stata come sempre molto positiva: ho ricevuto una cinquantina di domande, metà direttamente dai lettori di questo blog, l’altra metà dai lettori del giornale.it. Non ho potuto porre ovviamente tutte le domande, anche perché le risposte di Das, con cui mi sono intrattenuto per 45 minuti, erano piuttosto lunghe, ma ho cercato di sintetizzare i temi sui quali ho percepito maggiore interesse.

Di solito i giornali pubblicano una versione ristretta dell’intervista, ,ma mi sono consultato con Alberto Taliani, responsabile del giornale.it e collega di blog con il suo vivace e pungente Metropolis, e abbiamo deciso di pubblicarla integralmente. La trovate qui. Domani sul sito del Giornale troverete anche una breve intervista video sia a lui sia a Kevin Daly, manager di Aberdeen Asset Management, la società di gestione patrimoniale che ha invitato a Milano il braccio destro di Roubini.

L’intervista mi sembra offra diversi spunti di riflessione. In particolare, secondo Das:

- La crisi in Grecia sta facendo esplodere le contraddizioni dell’euro, il cui futuro sarebbe incerto.

- La Cina è destinata a conoscere una crisi finanziaria come quella del Giappone negli anni Ottanta.

- La ripresa dell’America si spegnerà già nel secondo semestre

- Le proposte di Voclker per la riforma del settore finanziario vanno nella giusta direzione.

Buona lettura! Grazie di nuovo per il vostro contributo e, naturalmente, i vostri commenti sono, come sempre, benvenuti. Sull’euro e la Grecia, ad esempio, un tema che non abbiamo ancora affrontato. Rilancio i dubbi di Das: l’euro è davvero a rischio?

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Obama come Bush: “unge” gli editorialisti. Intanto Hillary…

bertolaso.jpg

Stanno succedendo diverse cose in America. Alcune sotto gli occhi di tutti. Ho trovato davvero esagerata e fuori luogo la furia polemica di Hillary Clinton contro il povero Bertolaso, il quale non ha fatto altro che dire la verità sulla situazione ad Haiti, di cui peraltro avevano parlato anche diversi autorevoli giornalisti americani. Washington avrebbe potuto accontentarsi delle scuse di Frattini e invece ha premuto al punto da costringere Berlusconi a una dichiarazione pubblica, che pur di mantenere buoni rapporti con Washington, ha smentito il suo uomo. La manovra non mi è piaciuta affatto. E  mi chiedo: perchè gli Usa sono diventati improvvisamente ipersensibili? Che cosa c’è sotto?

Ma ci sono altre cose che mi lasciano perplesso. Di una scrivo oggi, tornando su una vicenda che aveva fatto clamore ai tempi di Bush, quando si scoprì che diversi editorialisti, in teoria indipendenti, erano stati pagati dal governo per difendere alcuni progetti di legge. La stampa e la sinistra insorsero, giustamente. ma ora salta fuori che l’Amministrazione Obama ha fatto lo stesso e ha reclutato un professore del Mit, Jonathan Gruber, commissionandogli improvvisamente degli studi per 676 mila dollari. E Gruber, come per incanto, è diventato uno dei più assidui difensori sui media Usa della Riforma della sanità, naturalmente senza svelare le laute retribuzioni ricevute dal governo americano.

Un blogger ha scoperto che Gruber, peraltro, è un habitué dei contratti governativi: dal 200 a oggi ne ha ricevuti per quasi 3 milioni di dollari, come potete vedere qui. Ma i media questa volta non si sono indignati.Perchè c’é Obama di mezzo? Senza dubbio, ma anche perchè l’impressione è che purtroppo si tratti di un sistema consolidato. Il numero di professori, studiosi, giornalisti che ricevono commesse pubbliche (e spesso private da parte di grandi gruppi)  è enorme negli Stati Uniti, commesse che però non vengono mai svelate. E così l’opinione pubblica ritiene autorevoli e indipendenti  studiosi che in realtà non lo sono.

E poi siamo noi a doversi scusare perché Bertolaso ha osato esprimere un giudizio fondato e,questo sì, davvero indipendente.

Che succede all’America? Non la riconosco più…

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Vi invito a porre domande al braccio destro di Roubini

Giovedì prossimo uno dei più stretti collaboratori di Roubini, Arnab Das, responsabile delle Ricerche e delle analisi di mercato di Roubini Global Economics, sarà a Milano, invitato da Aberdeen Asset Management, nota società d’investimento patrimoniale.

Chi si occupa di economia e finanza sa che Nouriel Roubini è uno dei pochi economisti ad aver previsto la crisi finanziaria del 2008.

Ebbene ho ottenuto l’esclusiva per un’intervista con Arnab Das, che sarà affiancato da Kevin Daly, portfolio manager di Aberdeen per le obbligazioni dei Paesi emergenti. E, d’intesa con la redazione de ilgiornale.it, abbiamo deciso di tentare un esperimento innovativo, in sintonia con lo spirito della Rete, offrendo ai lettori la possibilità di porre domande a questi due prestigiosi ospiti sulle tematiche di loro competenza, dunque il problema del debito pubblico, la situazione dell’economia mondiale, le tendenze di mercato, le aspettative sui tassi di interesse.

Questo blog è letto e frequentato da economisti, consulenti finanziari, esperti di economia e le discussioni sono sempre di alto livello. Per cui se ritenete opportuno inviarmi le vostre domanda, le considererò con molto piacere. Le più interessanti saranno formulate a Das e Daly. Sul sito del Giornale.it troverete da giovedì pomeriggio o al più tardi venerdì mattina una sintesi video dell’intervista, che sarà pubblicata, in versione più ampia, anche in forma scritta.

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Ecco perché gli Usa hanno deciso di attaccare la Cina

E’ passata circa una settimana da quando Google si è ribellata alla Cina, ma la crisi anziché rientrare si è aggravata e ieri Pechino ha avvertito che sono a rischio addirittura i rapporti economici con gli Usa.

Che cosa c’è dietro? Che cosa dobbiamo aspettarci? La mia tesi è che gli Usa abbiano dichiarato guerra alla Cina, una guerra che non è e non sarà militare, ma non convenzionale, per indebolire Pechino facendo esplodere le numerose crisi all’interno del Paese.

La battaglia per Internet non è altro che un grimaldello, dietro c’è ben altro, come spiego in questo articolo, in cui analizzo le ragioni dello scontro e le sue possibili conseguenze.

La grande incognita è finanziaria. Che succede se Pechino inizia davvero a liberarsi dei Buoni del Tesoro Usa? Washington dà l’impressione di aver scontato anche il rischio di una ritorsione finanziaria. Chissà se ha fatto bene i calcoli…

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E Obama finalmente dichiara guerra alle banche

Improvvisamente il presidente si è risvegliato. E ha dichiarato guerra alle banche.

obama pensosoLa svolta è figlia della sconfitta di martedì in Massachusetts, dove il partito democratico ha perso il seggio che fu di Ted Kennedy. E’ la terza sconfitta in tre elezioni e suggella il tracollo della popolarità del presidente americano che in un anno ha bruciato la straordinaria credibiligà di cui godeva. Quel voto segna soprattutto l’affossamento in Congresso della Riforma della Sanità, a cui Obama teneva moltissimo, e avviene in un momento in cui gli americani giustamente si indignano per i 140 miliardi di dollari incassati dalle grandi banche di Wall Street.

Obama ha capito improvvisamente che se avesse continuato ad assecondare le logiche delle lobby anziché mantenere le promesse elettorali, l’unico vero perdente sarebbe stato lui, già alle elezioni di Mid Term e che sarebbe passato alla storia non come un grande statista, ma  come il presidente che ha tradito la straordinaria fiducia del suo popolo.

E ha osato l’inimmaginabile. Si è ribellato all’establishment. O almeno così pare.

Ieri si è consultato con Paul Volcker, l’unico dissenziente nella sua squadra economica, ma, significativamente, non con il suo ministro del Tesoro Summers, né con il superconsigliere Geithner, che sono notoriamente legati alle grandi banche di Wall Street. Poi ha pronunciato un discorso in cui ha promesso di:

- porre limiti alla crescita eccessiva delle banche

- vietare alle banche di possedere o operare come un fondo Hedge o un fondo di private equity

- abolire il principio “too big to fail”, troppo grandi per fallire

- limitare i bonus

- In genere sembra voler distinguere tra le attività bancarie tradizionali da quelle speculative, ripristinando i limiti aboliti da Clinton nel 1999, d’accordo con il partito repubblicano.

Regole di buon senso, regole giuste, perché  «il sistema finanziario, nonostante la crisi, opera ancora con le stesse modalità che ci hanno portato vicini al collasso», ha dichiarato ieri. .

Non è detto che ci riesca, perchè le leggi dovranno essere approvate dal Congresso, dove l’influenza delle lobby è enorme e dovrà superare le resistenze dei vari Summers e Geithner. Anzi, è probabile che alla fine siano costoro a prevalere.

Ma almeno prova a limitate lo strapotere del settore finanziario, che condiziona governo e parlamento americani e  che si riverbera nel mondo, come ben sappiamo. Finora non ci aveva nemmeno provato. E’ credibile? La sua riforma seria e concreta o si tratta dell’ennesimo bluff? Io spero nella prima ipotesi.

E allora, dopo averlo spesso criticato, questa volta dico: viva Obama!

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Il Pd? Non sa più comunicare…

Fino a qualche anno tutto si poteva rimproverare alla sinistra, salvo che non sapesse comunicare. Sapeva mobilitare le piazze, coniare slogan che poi diventavano popolari, orientare i giornalisti, anche quelli non progressisti. Era presente e visibile. Da qualche anno invece la comunicazione è diventata un problema per il Pd . E non solo perché i leader di partito o di coalizione succedutisi finora erano poco affascinanti (da Occhetto a Prodi fino a Franceschini e Bersani). Gli errori sono d’impostazione e di linguaggio.

Ho l’impressione che il Pd  sia sconnesso dalla società italiana e che, pertanto, le sue campagne non siano il risultato di un’attenta analisi dei bisogni reali dei cittadini, ma di costruzione teoriche elaborate da qualche esperto di immagine che proietta la sua visione del mondo e qualche concetto astratto, anziché un messaggio concreto, in sintonia con la gente.

Ad esempio qualche anno fa Milano era tappezzata di manifesti che mostravano famiglie multietniche come modello positivo della nuova società. Il messaggio implicito era: la globalizzazione e l’immigrazione sono valori sani e giusti. Peccato però che proprio in quegli anni i cittadini fossero spaventati dall’aumento degli stranieri, per quasi tutti inaspettato e fonte di disorientamento. Dunque la campagna anziché creare consenso suscitava la reazione opposta. Per una parte importante degli elettori il contatto con gli immigrati rappresentava un problema non una risorsa. E infatti la sinistra perse. La Lega ancora oggi ringrazia.

Da qualche settimana i cartelloni di Milano sono tappezzati di poster di Filippo Penati,  ex presidente della provincia, ora in corsa contro Formigoni. E ancora una volta il Pd non perde l’occasione per farsi del male. Guardate questo manifesto:

pd_penati-cambio-6×3.jpg

E’ un autentico disastro. I

Innanzitttuo: l‘idea è vecchia da anni Sessanta, cervellotica; non è di immediata comprensione e peraltro imprecisa: il cambiamanento deve essere di strada, mentre qui si suggerisce solo un cambio di marcia ma non si indica in quale direzione.

Nell’era della personalizzazione manca, incredibilmente, il volto del candidato. E lo slogan è banale. Ovvero: questa campagna è assolutamente inutile. Non serve a motivare la base, perché fredda e poco coinvolgente, non motiva gli elettori indipendenti a interessarsi a Penati. Insomma, soldi buttati via. E, continuano di questo passo, un risultato facilmente prevedibile: la vittoria di Formigoni.

Com’ possibile che il Pd sbagli così frequentemente? Ma forse il problema è alla fonte: manca un’identità, un progetto concreto, un messaggio politico innovativo. E dunque anche la comunicazione è moscia. O sbaglio?

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Crisi di Google, è iniziata la guerra tra Usa e Cina?

Più volte su questo blog ho scritto come gli Usa fossero ormai succubi della Cina, come la recente visita di Obama a Pechino aveva dimostrato. Cina e Stati Uniti sembravano aver consolidato l’equilibrio che caratterizza da un decennio i loro rapporti. Gli americani chiudevano un occhio sulla violazione dei diritti umani e le loro multinazionali continuavano a fabbricare oltre Pacifico, contribuendo allo sviluppo dell’economia locale. I cinesi si sdebitavano comprando a mani basse i Buoni del Tesoro che consentivano a Washington di finanziare il suo ingente debito pubblico. Intanto Pechino ampliava, con molta discrezione, la propria influenza in Africa, in Asia, persino nell’America latina, siglando accordi di cooperazione con Paesi ricchi di materie prime. Una politica che la Casa Bianca non ha mai gradito, ma che era costretta ad accettare proprio perché sotto ricatto finanziario. In questo contesto la continuità tra Bush e Obama appariva assoluta.
Con il nuovo anno, però, l’atteggiamento americano è cambiato. Washington ha venduto armi a Taiwan, infischiandosene delle rimostranze di Hu Jintao. E poi è scoppiata la crisi per google.

Perché il motore di ricerca dopo aver accettato per anni le condizioni imposte dai cinesi, improvvisamente si ribella alla censura? Semplice esasperazione per gli attacchi degli hacker alle caselle di Gmail di dissidenti cinesi? Irrefrenabile amore per la libertà? C’è da dubitarne, anche perché rischia di dover rinunciare al più grande mercato al mondo, perlomeno momentaneamente. Un’osservatrice attenta delle vicende asiatiche come Enrica Garzilli ritiene che alla fine Google uscirà ancora più forte.

Per capire la vera posta in gioco, bisogna considerare un’altra notizia, già trapelata sulla stampa statunitense e che verrà ufficializzata la prossima settimana, quando Hillary Clinton annuncerà una nuova «politica tecnologica» per aiutare i cittadini di altri Paesi ad avere accesso a Internet senza censure. E quali sono quelli che oggi limitano la Rete? Innanzitutto la Cina, l’Iran, la Corea del Nord; ovvero tre nemici degli americani. Il riferimento, implicito, a Teheran e a Pyongyang non sorprende, quello a Pechino sì. È rivoluzionario.

Inoltre bisogna considerare che il numero uno di Google, Eric Schmidt, è grande amico di Barack Obama; durante la campagna elettorale lo ha finanziato generosamente ed è diventato suo consigliere, seppur informalmente.

I legami, insomma, sono strettissimi. È inverosimile che Google abbia deciso di sfidare Pechino senza aver concordato la mossa con la Casa Bianca. Infatti il portavoce di Obama, Robert Gibbs, ha annunciato che «il presidente appoggia una Rete libera in Cina», confermando che la società californiana si è consultata preventivamente con Washington. E ieri si è alzato quello che gli esperti di comunicazione chiamano «rumore mediatico». Lo speaker della Camera Nancy Pelosi ha dichiarato di appoggiare incondizionatamente Google, il ministro al Commercio Gary Locke ha affermato che l’intrusione del governo cinese «è inquietante sia per il governo che per le società americane» e lo ha invitato «a collaborare per garantire operazioni commerciali sicure in Cina». Un alto funzionario del governo Usa, protetto dall’anonimato, ha osservato: «Quel che è importante per la Cina è che praticamente chiunque abbia sentito la notizia lo ha commentato con un Wow!».
Da notare che tra poco Obama riceverà il Dalai Lama, altra svolta che farà infuriare Pechino. Troppi segnali, troppi indizi in un’unica direzione.

Forse è iniziata la vera guerra tra Usa e Cina. Una guerra che non sarà militare ma psicolgica, economica e civile. Con conseguenze imprevedibili. D

Domanda: lo scenario di un cambiamento strategico della politica estera americana è plausibile o l’episodio di Google rappresenta solo un sussulto, destinato a rientrare rapidamente?

Io propendo per la prima ipotesi, ma mi chiedo se Washington sia in grado di reggere il colpo. Non dimentichiamo il deficit….

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