I media anglosassoni hanno preparato il terreno (e non è un caso): ne hanno parlato l’Economist, Newsweek, Time, Herald Tribune. Ora Bill Clinton lo dice chiaro e forte in un’intervista pubblicata recentemente sul Financial Times: “Non è vero, come sostiene l’Onu, che la lotta all’effetto serra comporterà una riduzione della crescita economica”. Secondo l’ex presidente Usa (e, forse, futuro first husband di Hillary), “questa battaglia presenterà più opportunità che costi” perchè il mondo si può salvare trasformando l’ecologia in un business. D’altronde “solo se gli Usa daranno l’esempio, Cina e India saranno indotte a prendere misure concrete”. Clinton cita la Gran Bretagna e la Danimarca che, grazie agli investimenti tecnologici, hanno creato posti di lavoro e nuove fonti di reddito per le classi medie. L’ipotesi è suggestiva anche se non del tutto innocente: sì diverse aziende si sono sviluppate puntando sull’energia pulita, ma quel che Clinton non dice è che a finanziare questi progetti spesso è lo Stato. Un costo dunque c’è e tutt’altro che indifferente. E quante di queste aziende si convertono alla causa ecologista solo per approfittare dei sussidi politici, senza essere davvero innovative?
Il rischio di un’operazione speculativa esiste, ma Clinton non ha del tutto torto. In un mondo globalizzato e capitalista, la “molla” del profitto può servire a rompere resistenze che fino ad oggi, soprattutto in campo industriale, sono state molto forti. Ma basta questo a rendere più vivibile la Terra?