A dare la notizia è stato il Corriere del Veneto e oggi Magdi Allam l’ha ripresa con un articolo sul Corriere della Sera: il prefetto di Treviso Vittorio Capocelli ha legittimato il burqa con queste parole: «Se per motivi religiosi una persona indossa il burqa, lo può fare, basta che si sottoponga all’identificazione e alla rimozione del velo». E subito il ministro della Famiglia Rosi Bindi, a quanto pare, avrebbe appoggiato la decisione con queste parole: «Allo stesso modo con il quale vogliamo vedere i crocifissi appesi nelle nostre aule siamo tenuti a essere rispettosi del velo con cui le donne islamiche si coprono il volto. Se viene liberamente portato è un segno della propria civiltà». In queste ore il caso sta esplodendo: un altro ministro, Barbara Pollastrini (Diritti e Pari opportunità) ha reagito scandalizzata e Magdi Allam, correttamente, nell’articolo ricorda che anche Amato e Prodi sono contrari alla legittimazione del burqa. Meno male, ma questo non basta a placare la mia indignazione: com’è possibile che un prefetto ovvero un alto rappresentante delle istituzioni, dello Stato, di tutti noi, possa legittimare una tenuta che non ha nulla di religiso, ma che rappresenta una delle forme più umilianti di sottomissione delle donne? Qual è la logica? La nostra missione è quella di aiutare i Paesi più sviluppati a evolversi o è quella di accettare anche le pratiche più retrive dell’Afghanistan talebano, in nome del relativismo culturale? Capocelli dovrebbe essere rimosso e la signora Bindi sia coerente: se ne vada. Subito, per rispetto, per pudore. L’Italia si vergogna (o almeno lo spero).