Sarkozy aveva promesso in campagna elettorale che avrebbe rivisto il regime pensionistico privilegiato di cui beneficiano alcune categorie di lavoratori: ferrovieri, dei dipendenti dei trasporti urbani, del gas e dell’elettricità, che, come spiega nelle sue corrispondenze sul Giornale Alberto Toscano, possono lasciare il lavoro con il massimo della pensione tra i 50 e i 55 anni di età. Il presidente è stato di parola. E un’ampia maggioranza di francesi sono con lui, peraltro anche quando chiede che sia garantito un servizio minimo in caso di scioperi. Ma, com’è accaduto in passato in Francia e come avviene anche in Italia, i sindacati non ne vogliono sapere e bloccano il Paese. Già, ma con quale diritto?
In democrazia la maggioranza espressa alle urne dal popolo dovrebbe essere rispettata da tutti. C’è un Parlamento dove si discute e in uno stato di diritto si possono sollevare procedure di anticostituzionalità. Si può anche ricorrere alla protesta di strada, ma a condizione che ci sia proporzione tra il danno inferto alla comunità e le ragioni della protesta. Mi spiego: se sono minacciati diritti fondamentali fondamentali dei lavoratori o si tratta di prevenire degli abusi o, ancora, se governo e parlamento non hanno tenuto un atteggiamento trasparente, in democrazia il ricorso agli scioperi, anche duri, è sacrosanto. Ad esempio nel 2006 in occasione delle proteste per il Contratto di primo impiego, che fu approvato in fretta e per decreto dall’allora premier Villepin, gli studenti scesero in piazza perché ritennero che il metodo non fosse stato democratico. E avevano ragione. Ma oggi in Francia nessuna di queste ragioni può essere fatta valere dai sindacati. e allora mi chiedo: è accettabile che per difendere dei privilegi corporativi si blocchi un Paese come la Francia? I sindacati sono democratici quando si comportano così? Io dico di no.