E’ accaduto in Australia, pochi giorni fa. Il partito laburista è riuscito a sconfiggere il premier conservatore John Howard grazie al sostegno decisivo degli immigrati cinesi e coreani. Lo spiega il quotidiano South China Mourning Post, citando uno studio appena pubblicato a Sydney. La particolarità è che questi immigrati non sono affatto integrati nel tessuto sociale australiano e molti di loro, sebbene residenti da molto tempo, non parlano nemmeno l’inglese. Di solito non vanno a votare, ma quest’anno i dirigenti laburisti hanno elaborato una strategia di persuasione calibrata su di loro, che prevedeva la distribuzione di volantini e opuscoli con le istruzioni per votare in coreano e in mandarino. La mossa è risultata vincente. Come capita sovente nei Paesi occidentali, il centrodestra e il centrosinistra si equivalgono e a far pendere la bilancia da una parte o dall’altra sono sovente le minoranze organizzate: chi riesce a cooptarle prevale. Ad esempio, in America quattro anni fa Bush fu rieletto grazie alla mobilitazione degli evangelici; ma è la prima volta, se la memoria non mi tradisce, che a essere decisivi sono stati gli immigrati.
Da qui alcune riflessioni: l’insistenza di Amato nel voler abbassare a cinque anni di residenza il termine per ottenere la cittadinanza italiana è dettato anche (o forse soprattutto) da calcoli elettorali? L’Italia un giorno potrebbe finire come l’Australia?