In apparenza sono le solite notizie dall’Iraq: bombe, morte, terrore. Anche ieri c’è stata un’ondata di attentati. In realtà potrebbero segnare l’inizio di una nuova fase di destabilizzazione dalle implicazioni strategiche assai significative. infatti, per la prima volta dopo mesi di relativa tranquillità, l’Iraq piomba nel terrore. La domanda d’obbligo è: perché? La risposta l’ha data il generale Petraeus qualche giorno fa quando aveva accusato gli iraniani di essere dietro questa recrudescenza. Ieri nuove conferme: in prima linea ci sarebbero i miliziani di Moqtada Al Sadr, uno sceicco sciita che è in sintonia con una delle ali più estreme del regime di Teheran.

E proprio in Iran si sono appena concluse le elezioni legislative con la vittoria degli integralisti. L’America invece è nel pieno della recessione e di una campagna elettorale che durerà fino a novembre; dunque è oggettivamente debole. L’impressione è che il regime di Ahmadinejahd e, soprattutto, della guida spirituale Ali Khamenei ne stia approfittando per tentare un colpo di mano a Bagdad o per aumentare la propria influenza nella regione; comunque, ha tutto l’interesse a smontare la tesi dell’Amministrazione Bush secondo cui l’Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l’unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l’ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista. Tra l’altro una nuova ondata farebbe risalire i corsi del petrolio. Attenti all’Iran, non lascia nulla al caso. Guai in vista?