Hanno vinto loro, i sindacati. E a modo loro: mandando all’aria Alitalia. Complimenti vivissimi. Prima che si conoscesse l’esito della vicenda della nostra compagnia aerea, un lettore italiano che abita in Brasile, César Roberto, aveva commentato il mio post su Tremonti con queste parole. 

 Perché un industriale dovrebbe rischiare investendo in una nazione dove essere industriale significa avere mille difficoltá ( sindacati, burocrazia, regolette e balzelli infiniti, impossibilitá di prendere iniziative in tempi brevi, ecc.) e utili insignificanti? Non ci illudiamo, con la crisi l´industria si sposterá ancora piú di quanto fatto finora e non ci sará nessun “risorgimento manufatturiero” a salvare il Paese …
Tra parentesi io stesso ( e un certo numero di colleghi ingegneri a breve mi raggiungeranno ) sono una dimostrazione di quanto sopra: qui lavoro e mi permetto di vivere con agio, in Italia ero sempre con l´acqua alla gola: a che pro? Se anche si riuscisse a rendere appetibile l´investire in Italia ( con robetta da poco , tipo zittire i sindacati, annullare la burocrazia, snellire le regole, abbassare le tasse – e non di percentuali da prefisso !!!)sarebbe come chiudere le porte dopo che i buoi sono giá scappati … consiglio: fate come me , cercate opportunitá all´estero e ritornate a vivere una vita felice …

D’istinto verrebbe da dire: ha ragione César Roberto e alcuni lettori di questo blog che già vivono all’estero avranno, immagino, molto da dire al proposito. Ma riflettendoci bene, lo sconcertante esito della vicenda Alitalia, che infligge al Paese un enorme danno strategico, potrebbe essere salutare. Quante volte abbiamo invocato una classe dirigente che fosse in grado di opporsi ai ricatti corporativi e sindacali? Oggi forse l’ abbiamo trovata. I sindacati erano convinti che la fermezza palesata della cordata Colaninno e del governo fosse un bluff. Ovvero che alla fine avrebbero trattato, all’italiana…. E invece no: imprenditori ed esecutivo hanno tenuto duro, dimostrandosi di parola (al riguardo segnalo il post di Wolly). 

 E allora subentra un’altra sensazione: da questa vicenda può nascere un’altra Italia, più seria, concreta, pragmatica che finalmente si assume e mette ognuno di fronte alle proprie responsabilità. Quest’Italia esiste già perlomeno nel mondo industriale, come ricorda spesso l’economista Alberto Quadrio Curzio, ed è rappresentata da quegli imprenditori piccoli e medi che continuano a brillare sui mercati internazionali, mantenendo solide radici produttive nel nostro Paese. Ora quell’Italia trova la voce e una consistenza politica.

Il no di Colaninno e la coerenza dimostrata dal governo Berlusconi, possono segnare l’inizio di un’epoca. Bisogna davvero fuggire dall’Italia per sperare in un futuro migliore? Io mi auguro di no…