Razionalmente l’esito delle presidenziali Usa è quasi scontato; lo ha ammesso persino il cinico Karl Rove che in un’intervista ha definito “molto, molto in salita la corsa di John McCain“. Ma di elezione in elezione ci si accorge che la razionalità non basta per prevedere l’esito di un’elezione. Al contrario: gli aspetti subliminali, emotivi sono altrettanto e spesso ancor più importanti. Chi sceglie soppesando i pro e i contro di un programma? Una piccola minoranza; si vota per assecondare la propria identità politica o per simpatia o per interesse o ancora, soprattutto negli Stati Uniti, per identificazione con il candidato. Bush fu preferito a Kerry anche perché i suoi gusti e il suo comportamento erano simili a quelli dell’americano medio, soprattutto di quello che vive nei piccoli centri, in campagna o nelle aree suburbane.

Anche questa è stata una campagna molto emotiva. Andando ai comizi di Obama e parlando con i suoi sostenitori si percepisce un entusiasmo genuino, travolgente, quasi messianico, il che può essere pericoloso per il leader democratico perchè genera attese irrealistiche. La mobilitazione c’è ed è senza precedenti: forse solo Reagan riusciva a suscitare passioni tanto intense.

Ma anche i repubblicani voteranno con il cuore. Diciamolo francamente: l’eredità di Bush è talmente disastrosa che qualunque candidato sarebbe stato destinato alla sconfitta. John McCain era l’unico che potesse smarcarsi da questa ingombrante eredità e in parte lo ha fatto: peccato che nella fase finale della campagna si sia fatto condizionare dagli spin doctor cresciuti alla scuola di Karl Rove (ne riparleremo) e che, come ho già scritto, abbia scelto una vice come Sarah Palin che alla lunga gli ha portato più danni che benefici. Il sentimento a destra, però sovente, è di disagio. L’altro giorno una donna mi ha detto, in Ohio: “Sento qualcosa qui nel cuore che mi impedisce di votare per Obama“. Ma cosa in preciso non me l’ha saputo spiegare. E come lei tanti elettori indecisi. Un po’ è il colore della pelle, un po’ le idee troppo liberal (di sinistra) di Obama, un po’ il suo passato molto diverso da quello della maggior parte degli statunitensi e, nell’America di provincia, per le sue maniere sofisticate.

E allora: prevarrà il cuore palpitante dell’America che invoca una svolta netta rispetto a Bush o quello diffidente di chi proprio non riesce a identificarsi con Barack? E’ l’ultima incognita prima del voto; per il resto sappiamo ormai tutto.