Sul Giornale di oggi il mio collega Stefano Filippi spiega il paradosso di chi ha sottoscritto il mutuo variabile: i tassi sono scesi, ma la rata o è rimasta stabile o è diminuita marginalmente. Per una riduzione più significativa se ne parla a dicembre, forse.

Il problema però, non è solo italiano. Altrove va anche peggio, a cominciare da Stati Uniti e Gran Bretagna.  Negli Usa i i tassi della Banca centrale sono all’1,5%, ma per la maggior parte di chi è indebitato non è cambiato nulla. Come noto, uno dei problemi principali riguarda le carte di credito, che oltreoceano sono per lo più revolving ovvero con rimborso a rate. Ma siccome l’usura non è reato a livello federale, le banche impongono i tassi che vogliono. In passato ci sono stati incredibili addirittura del 250% (uno recentemente a che a Londra), ma mediamente i tassi sono altissimi, come ha rilevato recentemente Usa Today. Se sei un pagatore affidabile, mediamente del 10%, se hai un cattivo “record” almeno del 20%.

In Italia il reato di usura esiste, ma la situazione non è molto migliore. Mediamente le carte revolving prevedono un tasso del 16% (dati di qualche settimana fa), che sale oltre il 20% per chi sceglie metodi flessibili.

E allora mi chiedo: Perché gli istituti possono alzare rapidamente le rate quando i tassi salgono, ma non fanno altrettanto quando scendono?  E che senso ha tagliare le tasse se poi l’economia reale non ne beneficia e continua a essere gravata da tassi reali spropositati? Se il tasso di sconto in Europa è al 3,25% è assurdo che gli istituti chiedano tassi sul debito privato di oltre il 15% e anche i tassi dei mutui mi sembrano esagerati. Questa situazione conviene solo alle banche ed è chiaro che in questo periodo tendano a raschiare dove è possibile, ma abbiamo già pagato un prezzo piuttosto alto per la loro avidità e sarebbe ora che venissero imposte norme più severe sul differenziale tra i tassi. O sbaglio?