Oggi Cgil di nuovo in piazza con gli studenti, in dicembre sciopero generale da sola e tanti no a tutto e a tutti. In questo periodo di profonda crisi economica e sociale, ci si aspetterebbe una gradualità da parte dei sindacati, la capacità di modulare la protesta tenendo in considerazione l’interesse generale e le mosse della controparte. Prendiamo l’istruzione, ad esempio: la Gelmini ha tenuto duro sulla scuola elementare (a mio modo di vedere a ragione), ma ha corretto la rotta sull’università aprendo al dialogo con i sindacati. La Cisl ha apprezzato, la Uil anche sebbene con qualche riserva. La Cgil invece no, come fa su qualunque dossier. Ma perché?

Non sono un esperto di questioni sindacali, ma l’altro giorno un amico molto competente in materia e non certo berlusconiano, anzi piuttosto progressista, mi ha proposto questa interpretazione: la Cgil non cambia perché ha mantenuto nel proprio Dna la matrice comunista non tanto ideologica, quanto metodologica. Negli anni Sessanta e Settanta lo scopo del sindacato rosso era di creare le condizioni per l’avvento del comunismo. E dunque anzichè contribuire responsabilmente alla crescita del Paese incoraggiando un dialogo civile, faceva di tutto per destabilizzare il sistema produttivo, economico e sociale. Più le cose andavano male, più aumentavano le prospettive di una vittoria comunista. Il processo ovviamente non era spontaneo, ma pianificato attentamente dall’Unione sovietica, peraltro non solo in ambito sindacale (ne riparleremo…).

Oggi l’Urss non c’è più, il comunismo è morto, la maggioranza del vecchio Pci si è dissolta nel Pd, ma la Cgil non è cambiata. Continua a perseguire gli stessi obiettivi, con le stesse logiche, restando aggrappata a un potere sindacale esercitato in maniera ancronostica. E quando le cose vanno male si compiace, si esalta e dà tutta se stessa riscoprendo la sua vocazione. Allo sfascio! Allo sfascio! O no?