Ricapitoliamo: giovedì all’Onu gli Usa si sono inaspettatamente astenuti e hanno permesso che venisse approvata la risoluzione del Consiglio di Sicurezza su Gaza. Venerdì Obama ha annunciato di voler avviare trattative diplomatiche con l’Iran e ha permesso ai suoi tre collaboratori di spifferare al Guardian che intende parlare con Hamas; smentendo solo quando Fox News lo ha incalzato pubblicamente, ma senza convincere. In alcune dichiarazioni ha espresso simpatia per le sofferenze dei civili sia palestinesi che israeliani, mostrando un’equidistanza insolita per gli standard americani (e Hillary, nell’audizione di ieri, lo ha seguito).

Nel frattempo i rapporti tra Bush e Obama sono diventati eccellenti con uno straordinario livello di coordinazione in economia e in politica estera. Mentre Obama apriva a Teheran, gli spin doctor della Casa Bianca passavano al New York Times la notizia secondo cui qualche mese fa Bush bloccò un raid israeliano sulla centrale iraniana di Natanz.

Evidentemente innervosito dagli ultimi sviluppi, il premier israeliano Olmert ha dichiarato che è stato lui a ottenere da Bush l’astensione all’Onu sventando una manovra di Condoleezza Rice che, secondo Gerusalemme, voleva addirittura votare a favore. “Ho costretto il presidente americano a interrompere un discorso a Philadelphia“, ha affermato Olmert e “la Rice è rimasta molto male“. Ma il portavoce di Bush ha smentito immediatamente, precisando che la decisione di astenersi era stata presa prima della telefonata del capo del governo israeliano. Insomma, Washington e Gerusalemme hanno polemizzato pubblicamente.

Intanto la stampa Usa, fiutando il vento, ha cominciato a cambiare tono nei reportage e nei commenti su Gaza. Il titolo di copertina del settimanale Time, ad esempio, è “Perché Israele non può vincere“.

Gli indizi sono chiari: tra Israele e gli Usa qualcosa si è rotto. O meglio: è Washington che ha deciso di allentare parzialmente i legami con quello che fino a ieri era il suo miglior alleato in Medio Oriente. Evidentemente gli Usa pensano che strategicamente l’amicizia dei Paesi arabi stia diventando più importante di quella di Israele. Per il petrolio? sì, ma non solo. Un Medio Oriente stabile diventa vitale per gli interessi di un’America che non ha più la forza e il prestigio di qualche anno fa e che deve far fronte alla crisi finanziaria. L’incognita maggior nel 2009 è la sostenibilità del debito pubblico americano che triplicherà rispetto al 2008. Qualcuno dovrà sottoscrivere i Buoni del Tesoro americani (vedi il post dell’8 gennaio) e se la Cina, come pare, intende ridurre gli acquisti, occorrerà trovare altri acquirenti.

Chi? Certo non gli europei e probabilmente nemmeno i giapponesi. Chi ancora possiede notevole liquidità, nonostante il recente calo del greggio, sono i Paesi del Golfo, che potrebbero fare incetta di Treasury bonds. Un riposizionamento degli Usa nei confronti di Israele potrebbe risultare assai gradito agli sceicchi e se si considera che gli iraniani sono indispensabili per stabilizzare un Iraq a maggioranza sciita, l’analisi appare ancora più pertinente.

Gli interessi americani convergono in questa direzione… Fine di un’era o crisi transitoria tra Usa e Israele?