In questo articolo analizzo la notizia della liberazione della giornalista iraniano-americana, Roxana Saberi, condannata qualche settimana fa per spionaggio. La mia tesi è che Teheran abbia usato questa vicenda per mettere alla prova Obama, che, come noto, vuole la pace ad ogni costo e ha teso la mano all’Iran, rinunciando persino a pretendere la sospensione del programma nucleare in coincidenza con l’avvio di un negoziato. Ma per cento giorni Ahmadinejahd ha risposto con apparente disprezzo.  Ed è in questo ambito che ha deciso di strumentalizzare il caso della Saberi. Condannare per spionaggio una cittadina americana significa provocare una crisi diplomatica; eppure Washington tiene il tono della polemica basso. Non solo. Quando gli israeliani fanno filtrare indiscrezioni su un possibile raid contro le installazioni nucleari, Washington risponde pubblicamente e a voce alta. Con un altolà. Il messaggio è chiaro: noi vogliamo la pace al punto da tenere a freno Gerusalemme, voi iraniani cosa intendete fare?

La risposta è giunta ieri, con la liberazione della giornalista, e rappresenta un primo segnale di disponibilità da parte di Teheran, con un retroscena legato alla situazione in Pakistan. Gli iraniani sono fondamentalisti sciiti, i talebani fondamentalisti sunniti. E si odiano tra loro. L’avanzata verso Islamabad rende plausibile uno scenario inverosimile fino a poco tempo fa: quello dell’espansionismo talebano nella regione; che spaventa l’Iran. Improvvisamente l’America appare un po’ meno satanica agli ayatollah, anche perché in gioco c’è anche il controllo dell’arsenale nucleare pakistano. Che cosa accadrebbe se cadesse in mano ai talebani? E in presenza di un nemico comune è più facile scordare le inimicizie del passato.

Da qui alcune domande: Obama fa bene a fidarsi degli iraniani? E che cosa farà Israele? Rispetterà la volontà della Casa Bianca o seguirà i propri istinti bombardando i siti nucleari anche a costo di rovinare i rapporti con Washington?