E’ un tema che su questo blog abbiamo già affrontato, ma che diventa sempre più pressante. La crisi economica sta accelerando il processo di trasformazione dei giornali: diminuisce la pubblicità, calano (complessivamente) le copie vendute in edicola, aumenta la lettura (gratuita) su Internet. E le redazioni sono costrette a correre ai ripari, tagliando le collaborazioni, talvolta i compensi, riducendo gli organici.

In questo contesto ancora non s’intravvede un modello economico sostenibile. Si è creata una situazione paradossale: considerando le copie su carta e le edizioni on line i giornali non sono mai stati letti come ora. Ma faticano a mantenersi. Che cosa fare? A questa e ad altre domande risponde una ricerca svolta da Piero Macrì per l’Osservatorio europeo di giornalismo, un centro studi dell’ Università della Svizzera Italia che ho cofondato qualche anno fa. Lo studio è scaricabile liberamente, così come la sintesi analitica  . Rilancio alcune conclusioni:

– La crisi non è transitoria, ma strutturale.

Gli interventi statali a sostegno dell’editoria non sono sostenibili sul lungo periodo e non basteranno, da soli, a salvare il settore.

– Con il passare del tempo, il termine stampa è diventato sinonimo di giornalismo, la cui stessa parola è ereditata, appunto, dal giornale. Cio è anacronistico: il giornalismo del futuro sarà multimediale e fortemente interattivo; ma ciò richiede un cambiamento di mentalità che i giornalisti tendono a rifiutare e che nel lungo periodo rischia di essere fortemente autolesionista.

– Il web favorirà la moltiplicazione delle testate, accompagnate, però, da redazioni più snelle e flessibili. Solo così infatti l’informazione online può essere economicamente sostenibile. Ciò rappresenta una chance per i nuovi siti giornalistici e una sfida per quelle  tradizionali.

– Il vecchio mondo editoriale era basato sul concetto di esclusività della testata, quello nuovo invece, proprio per il ruolo dei motori di ricerca e i tempi brevissimi di permanenza sul sito (tre minuti), favoriscono la logica opposta: quella della condivisione dei contenuti e della complementarietà fra le testate. Ma per coglierle tutti devono cambiare approccio: giornalisti, editori, pubblicitari.

Ne saranno capaci? Più passa il tempo e più ne dubito…. D’altronde dovrebbe cambiare approccio anche il pubblico, che ormai è abituato ad informarsi gratuitamente su Internet (nella stragrande maggioranza dei casi). Quanti lettori oggi sarebbero disposti a pagare, anche cifre simboliche, per accedere agli articoli pubblicati dalle grandi testate? Voi lo sareste?