Le agenzie di stampa ieri hanno dato il tono definendo “storico” l’accordo tra Medvedev e Obama e oggi quasi tutti i giornali italiani hanno seguito a ruota. In realtà l‘intesa sul disarmo nucleare non è affatto memorabile ma rappresenta un lievissimo progresso rispetto al Trattato del 2002 con una riduzione da 1700 a 1675 del numero massimo delle testate nucleari. La novità principale scaturita dal summit è di tono. Ben venga. I due Paesi dimostrano l’intenzione di dialogare, rinunciando alla retorica da Guerra fredda che hanno caratterizzato l’ultima fase della presidenza Bush. Mosca, come ho spiegato in questa analisi, persegue un obiettivo prioritario: vuole che Washington riconosca la sua ritrovata grandezza; vuole essere trattata alla pari. Ma è improbabile che si accontenti dei sorrisi e delle parole di Obama.

L’impressione è che il duo Medvedev-Putin intenda approfittare della debolezza di Washington per ampliare la propria influenza nell’ex Unione Sovietica (tra l’altro riportando sotto il proprio ombrello Ucraina e Georgia) e per spingere l’acceleratore verso un mondo multipolare in cui Russia, Cina, India e Brasile abbiano maggiori poteri, a scapito ovviamente degli Usa e scardinando lo strapotere del dollaro, come moneta di riserva internazionale.

Insomma, la nuova distensione rischia di essere solo apparente. Fino a che punto l’America può lasciare mano libera alla Russia, ridimensionando i propri obiettivi sullo scacchiere euro-asiatico? E l’Europa come deve comportarsi con una Russia di nuovo ambiziosa?