Non sopporto la litania dell’opinione pubblica italiana ogni volta che un soldato italiano viene ferito o, purtroppo, ucciso in Afghanistan. Ogni volta è come se i giornali scoprissero che in quella terra c’è da combattere; perchè, piaccia o no, questa è la realtà: la nostra non è più una missione solo di peacekeeping, ma di guerra coordinata con le truppe alleate, in risposta agli attacchi dei talebani.

Ci si può chiedere se sia accettabile che il conflitto sia ancora in corso quasi otto anni dopo la prima offensiva contro Al Qaida e i talebani. E’ una domanda legittima, che chiama in causa le responsabilità degli Stati Uniti. Fu l’Amministrazione Bush a non voler concludere l’offensiva, dirottando, all’inizio del 2003, le forze migliori dall’Afghanistan all’Irak, permettendo così ai talebani di riorganizzarsi e di conquistare numerose regioni.

C’è chi, come Bossi, pensa che gli italiani siano stati fin troppo pazienti: “Io li porterei a casa tutti, visiti i risultati e i costi“, ha dichiarato ieri sera. Come dire: sono stati gli americani ad aver provocato questa situazione per mancanza di saggezza, è giusto che ora se le cavino da soli.

E  c’è chi pensa, invece, che sia doveroso restare per fedeltà nei confronti dell’alleato americano e per  impedire che un Paese di grande importanza strategica come l’Afghanistan torni ad essere la base operativa del terrorismo islamico di sunnita; dunque anche un po’ per interesse.

Se ha ragione Bossi, si parta, anche a costo di irritare la Casa Bianca, sapendo però che un gesto del genere incrinerebbe la  credibilità internazionale del nostro Paese, che un tempo era considerato ondivago e che invece da qualche anno è giudicato solido e affidabile, sia con Prodi che con Berlusconi.

 Se invece si decide di restare, cessino i piagnistei a ogni incidente. La guerra è sporca, fa male, dà e provoca dolore, anche se a combatterla sono dei bravi ragazzi italiani. O sbaglio?

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