Il Financial Times lo temeva da tempo e invece nulla: da quando è scoppiata la crisi finanziaria la sinistra radicale non ha guadagnato consensi. Ora però il quadro è improvvisamente mutato. Come ricordo in questo articolo alle elezioni regionali svoltesi in Germania, la Linke, ha ottenuto un successo spettacolare, passando nella Saar addirittura dal 2,3% al 21,3% e in Turingia arrivando quasi a insidiare il primato della Cdu.

Il segnale è netto e non può essere ignorato, tanto più che è in controtendenza; tutti vedono “la luce in fondo al tunnel”, le Borse festeggiano, il clima sociale è più rilassato rispetto allo scorso inverno. Eppure un numero cospicuo di elettori abbandona l’Spd e presta ascolto alla sinistra massimalista, dando sfogo alla rabbia, alla frustrazione in un contesto che nell’economia reale, sarà sempre più pesante con una disoccupazione oltre il 10%. In Germania, innanzitutto, ma l’analisi dei flussi politici della storia recente europea dimostra che raramente movimenti di questa ampiezza riguardano un solo Paese. Ci sono state ondate rosa, azzurre, spruzzi di destra populista (con Haider e Le Pen), bufere no global, risurrezioni identitarie, che hanno toccato simultaneamente più capitali europee.

Assisteremo a un revival rosso?