Sto svolgendo per “il Giornale” un’inchiesta sull’Italia che va ovvero sugli imprenditori che nonostante la crisi quando gli chiedi come va rispondono: bene, talvolta benissimo. Sto scoprendo alcune bellissime realtà, sia nel centro che nel nord Italia, sovente in settori di nicchia, ma non solo . Ammiro molto questi imprenditori, che hanno saputo gestire le proprie aziende con personalità e lungimiranza, andando controcorrente rispetto alle convinzioni e alle mode dominanti. C’è chi non ha mandato nemmeno un operaio in cassa integrazione, che costruisce nuove fabbriche in italia e continua ad assumere. Meritano un plauso e dovrebbero da essere di esempio per altri industriali.

Mi riferisco a quelli che continuano a implorare aiuti e sovvenzioni di Stato, che qualche mese fa potevano essere plausibili, per scongiurare un crollo di sistema, ma stanno diventando un alibi. Le Borse ci dicono che la crisi è passata. Ho qualche dubbio, ma ammettiamo che sia vero.  In questo caso le aziende smettano di sollecitare i sussidi. E’ facile, troppo facile, far volare il titolo in Borsa se lo Stato dà una mano. E si sta diffondendo una mentalità per cui, avendo aiutato i grandi gruppi, bisogna aiutare anche medi, piccoli. Si va oltre lo scandaloso “too bog to fail”, troppo grande per fallire, per arrivare a un “nessuno deve fallire”. Io dico basta, per tutti. Continuando di questo passo trasformeremo un’economia liberale di mercato in un’economia capitalista alla cinese, dove lo Stato continua ad esercitare un ruolo dominante, portando alle stelle il debito pubblico. Basta, basta, basta.

Il capitalismo, quello vero, richiede che l’imprenditore assuma benefici, ma anche rischi. Ce lo siamo dimenticati?

Piuttosto bisognerebbe chiedere il conto alle banche che hanno provocato il crollo, ma questo, come sappiamo, è un altro discorso….