Molti lo hanno dimenticato, ma la stagione delle bombe in Irak, iniziò nel maggio del 2003, quando il falco Rumsfeld, allora ministro della Difesa, ruppe gli accordi segreti raggiunti da Powell, allora segretario di Stato, con gli iraniani. I primi inspeigabili attentati furono, con ogni probabilità, sciiti e l’esempio fu rapidamente imitato dai sunniti, con le conseguenze che ben sappiamo.

Oggi ho l’impressione che si stia creando una situazione analoga. Le speranze di un dialogo tra Washington e Teheran, benchè non ancora tramontate, appaiono sempre più flebili, soprattutto dopo l’attentato del 18 ottobre che ha insanguinato il sud dell’Iran. Gli ayatollah sono convinti che siano stati gli americani a pianificare o comunque a incoraggiare quell’azione, spettacolare quanto inconsueta in Iran, che provocò 49 morti.

Il dubbio degli analisti più raffinati è che lo sconvolgente attentato di ieri a Bagdad (165 morti) non sia da attribuire ad Al Qaida, come denunciato dal governo iracheno, ma a qualche milizia sciita e che dunque possa essere interpretato come una risposta dei servizi iraniani all’ingerenza, vera o presunta, della Cia.

Entrambi gli attentati sono anomali, per modalità e tempistica e, con ogni probabilità,  tutt’altro che casuali, in una regione dove si accumulano tensioni e problemi. I talebani resistono in Afghanistan e destabilizzano ampie zone del Pakistan, l’Irak che si illudeva di essere entrato in un’era di pace ripiomba nell’incubo delle bombe devastanti, mentre le minoranze sunnite sunnite e curde appiaono sempre più rancorose e diffidenti verso la maggioranza sciita.  Lo stesso Iran si accorge di non essere al riparo dal terrorismo kamikaze e sviluppa ancor di più la psicosi dell’assedio, senza peraltro rinunciare al sogno atomico, mentre l’America stenta a trovare l’approccio giusto sia a Kabul che a Bagdad che a Teheran.

Intrecci pericolosissimi e forse premonitori; potremmo avviarci verso una nuova forte destabilizzazione di quest’area del mondo. E se questo scenario dovesse confermarsi, anche solo in parte, che farà l’Occidente? E, soprattutto, come reagirà l’America di Obama?