Domani, 4 novembre, cade il primo anniversario dell’elezione di Obama. In realtà il presidente americano ha iniziato a governare solo il 20 gennaio 2009, ma la data è simbolica e permette un primo bilancio del suo operato. Recentemente abbiamo parlato della sua politica estera, ora è il caso di tentare un consuntivo sulla sua gestione dell’economia.

Un anno fa la sua sembrava una missione impossibile: il sistema finanziario mondiale era sull’orlo del fallimento, mentre l’economia mondiale, trascinata da quella americana, galoppava verso la recessione più pesante degli ultimi 70 anni. Oggi la situazione appare decisamente migliore: il «credit crunch» è stato evitato e la crisi, benché pesante, non è paragonabile a quella del ’29. «Il peggio è passato», proclamano gli economisti. Bravo Obama, dunque. ma è davvero così?

Il presidente degli Stati Uniti ha sì salvato il paziente da morte quasi certa, ma ricorrendo a cure pesantissime e senza riuscire a estirpare il male che, come un tumore, rischia di riemergere in futuro. Vediamo perché.

1) il salvataggio dell’economia Usa è avvenuto a un costo esorbitante, tutto a carico dello Stato. Il deficit pubblico galoppa a due cifre, mentre il debito, che nel 2008 era pari al 70% del Pil, è salito al 90,4%, pari a un aumento di venti punti percentuali in dodici mesi e con la prospettiva di salire al 101% nel 2011. Sono livelli non lontani da quelli italiani. Non mi sembra un gran risultato, tanto più che l’esiguo risparmio degli americani non consente di finanziare l’acquisto di una massa immensa di Treasury bonds. Dunque l’America è ancora più dipendente dall’estero e in particolare dalla Cina.

2) Il dollaro. Come può la moneta di un Paese in rosso per 13mila miliardi di dollari rimanere la valuta di riferimento mondiale? La risposta è semplice: non può. Questo 2009 rischia di essere ricordato come il primo di un ridimensionamento strutturale del dollaro, che in un futuro non lontano appare destinato a perdere il proprio ruolo di moneta di scambio e di riserva, come accaduto alla sterlina nel dopoguerra.

3) La recessione. Nell’ultimo trimestre il Pil americano è salito a sorpresa del 3,5%, ma grazie soprattutto ai colossi incentivi pubblici varati da Obama, che stanno finendo. Una bella iniezione di cortisone, e poi? Il paziente resta piuttosto debole. La disoccupazione ha toccato il 9,8% e potrebbe arrivare al 12%, il mercato immobiliare è asfittico, l’economia privata (quella vera, non drogata dallo Stato) resta anemica.

4) C’è un solo settore che va benissimo: quello finanziario. Obama aveva promesso il cambiamento e la fine dello strapotere delle lobby soprattutto bancarie. È accaduto esattamente il contrario. Il presidente capisce poco di finanza, per sua stessa ammissione, e ha nominato Timothy Geithner ministro del Tesoro, a Larry Summers superconsigliere economico, confermando Ben Bernanke alla guida della Federal Reserve, ovvero si è affidato a tre economisti espressione del mondo che Obama voleva combattere e che infatti hanno fatto gli interessi di Wall Street. La Borsa è salita, ma dopo che le autorità hanno cambiato i criteri contabili delle società, permettendo di nascondere i debiti inesibigili.

Le banche Usa hanno incassato 700 miliardi di dollari in sovvenzioni statali, oggi sono più forti e potenti di prima. Nonostante le polemiche sui bonus, i banchieri incasseranno nel 2009 premi per 140 miliardi di dollari, dieci in più rispetto al 2007, mentre le annunciate riforme sono rimaste sulla carta. Finanza creativa, derivati, esposizione al rischio, trasparenza: tutto è rimasto come prima.

5) Del suo programma originario Obama ha mantenuto l’impegno a incentivare forme di energia più pulite e un’economia più verde. Troppo poco e con modalità ancora vaghe. La tanto decantata Obamanomics non si vede. E il presidente più che innovare, per ora conserva. Con un rischio sempre più evidente: quello di una nuova bolla di Borsa che forse proprio in questi giorni sta esplodendo.

Non riesco proprio a festeggiare e resto molto cauto sulla salute dell’economia americana e dunque di quella mondiale. A torto o a ragione?

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