Approfitto del mio blog per riproporre un articolo uscito ieri sul Giornale, ma che, per problemi tecnici, non era visibile sul sito. E’ una riflessione che ho sviluppato conducendo l’inchiesta sull’Italia che va, di cui vi ho già parlato su questo blog. E’ più lungo del solito – e me ne scuso – ma ritengo meriti la lettura. I vostri commenti sono, come sempre, benvenuti… 

C’è un’Italia di cui dovremmo essere orgogliosi, ma di cui si parla pochissimo, sebbene sia dappertutto; nel nord, nel centro in qualche caso anche nel Sud. E’ l’Italia delle aziende che è riuscita a battere la crisi senza chiedere aiuto allo Stato, né alle banche, contando soltanto su se stessa e che nell’anno della grande recessione non ha mandato in cassa integrazione neanche un dipendente, semmai ha ricominciato ad assumere. Imprenditoria pura, di quella razza che ha fatto crescere il Paese nel dopoguerra e che ora traina la ripresa, prendendosi una straordinaria rivincita su tanti profeti del nostro tempo.

Già, perché gli imprenditori vincenti sono quelli che hanno avuto l’ardire di ignorare le teorie dominanti fino all’anno scorso, come ho scoperto nel corso dell’inchiesta, intitolata «l’Italia che va», che sto conducendo da qualche settimana sul Giornale. Tante storie, in settori molto diversi, ma con un tratto comune: la capacità di raggiungere il successo senza lasciarsi condizionare dalle mode del momento, dal pessimismo, da consulenti di grido, ma non sempre avveduti.

Brillanti economisti li invitavano a delocalizzare in Cina, in Vietnam, perlomeno in Romania, nella convinzione che l’Italia fosse destinata alla deindustrializzazione, ma loro hanno mantenuto la produzione in Italia, sovente riportando in azienda servizi che prima affidavano all’esterno. Quegli stessi guru proclamavano la supremazia della finanza, indicandola come vera fonte di guadagno, ma gli industriali che oggi sorridono non si sono mai avvicinati ai derivati se non per assicurarsi contro i rischi di cambio. E mentre molte imprese si indebitavano allegramente, alcune lasciandosi allettare dalla quotazione in Borsa, loro continuavano a privilegiare l’autofinanziamento, reinvestendo in azienda gli utili. Ai lustri di Piazza Affari preferivano la propria libertà progettuale, scansando i diktat degli analisti.

«Non abbiamo rinunciato alla nostra mentalità contadina», mi hanno detto diversi imprenditori e l’accezione è tutt’altro che peggiorativa; significa non perdere il senso delle proporzioni, attribuire il giusto valore alle cose e, soprattutto, agli uomini, mantenere i conti in equilibrio.

Sia chiaro: non tutte le aziende sono riuscite a fronteggiare la crisi. Quando il fatturato scende in pochi mesi del 30-40% come avvenuto nella ceramica o nella meccanica, l’imprenditore soffre, per quanto bravo sia. E se opera in un settore a basso valore aggiunto, con una forte incidenza della manodopera, è destinato ad essere sconfitto dai concorrenti dell’Estremo oriente.

Ma fino a un anno e mezzo fa sembrava esistessero solo due modelli: l’industria nei Paesi in via di sviluppo e il terziario in quelli avanzati. Secondo le idee dominanti, quasi tutte d’ispirazione anglosassone, l’Italia avrebbe dovuto seguire l’esempio della Gran Bretagna, della Spagna, dell’Irlanda per sentirsi davvero moderna. Sappiamo com’è andata a finire: i Paesi che più hanno sofferto la crisi sono proprio questi ultimi. Il loro benessere era costruito sull’indebitamento delle famiglie, sul volano del mercato immobiliare, sui consumi; insomma su un’economia di carta. L’Italia, invece, ha resistito grazie alla miriade di piccole e medie imprese, che hanno dimostrato una vitalità straordinaria, producendo beni tangibili e di cui l’Ocse ha appena celebrato il successo.

Sui giornali siamo abituati a titolare su Fiat, Eni, Pirelli e altri colossi, com’è inevitabile, ma la realtà su cui dovremmo riflettere è quella della Manifattura di Domodossola, leader mondiale negli intrecciati in pelle o della Elettra Energia di Cameri, che progetta impianti nel settore dell’energia o della Nuova Simonelli, che da Macerata ha il 10% del mercato mondiale delle macchine da caffè, o della Cressi di Genova, tra le cinque aziende più importanti al mondo per attrezzatura subacquea e l’unica a condizione familiare. Dovremmo essere fieri di una ricercatrice chimica come Catia Bastioli che l’Unione europea ha premiato come Inventrice dell’anno e guida la Novamont una società da 60 milioni di euro, e invece quasi nessuno sa chi sia.

Questa Italia, non ha rincorso modelli importati dall’estero, ma ha saputo ritagliarsi spazi propri, scoprendo mercati di nicchia, inventando specializzazioni dal nulla. E’ il mistero del genio italiano, che si manifesta secondo forme e modalità nemmeno contemplate dai manuali di management e in un Paese che certo non agevola l’iniziativa. Ma funziona, miracolosamente; ieri come oggi, smentendo chi pensava che senza il volano della lira debole la nostra industria non sarebbe sopravvissuta. Sono arrivati l’euro e la globalizzazione, ma l’imprenditore italiano è più che mai competitivo, aperto al mondo (e l’importanza dell’export lo dimostra), eppure capace di non tradire la propria identità, i propri valori.

Nelle aziende dell’«Italia che va», il lavoro non è semplicemente un costo di produzione, da abbattere a piacimento e raramente queste ditte sono popolate da precari. Visitando fabbriche, laboratori, uffici, ho notato che, alla vista del «capo» nessuno dei dipendenti cambia atteggiamento, si irrigidisce come capita altrove, ma continua come se nulla fosse, spesso dandogli del tu. Il titolare non è temuto, ma stimato dai dipendenti, che lo considerano come uno di loro e che si sentono da lui gratificati e valorizzati. Lavoro di squadra, autentico, in cui la motivazione non è mai l’arricchimento facile e immediato. Come predicava Luigi Einaudi, il vero imprenditore si impegna in un’azienda innanzitutto per il piacere e l’orgoglio di produrre qualcosa di bello, di funzionale, di diverso e migliore rispetto alla concorrenza; spesso nella città dove è nato e cresciuto. Il benessere arriva ed è meritato, ma non è un fine in sé, bensì il corollario a una vocazione.

Avevano ragione loro, non i guru. Non meritano la nostra riconoscenza?