Sul Giornale di oggi scrivo della rivolta dei piccoli e medi imprenditori in difesa del Made in Italy. Nata nel tessile si sta diffondendo ad altri settori industriali italiani e si sta trasformando in un vero e proprio movimento contro le grandi griffes della moda e ovviamente anche contro Confindustria. Sono già 400 gli imprenditori che hanno aderito. L’iniziativa è guidata da un imprenditore varesino Roberto Belloli, che ho intervistato nell’articolo. Mi ha colpito questo passaggio sulla globalizzazione.

«Stiamo uccidendo la nostra ricchezza in nome di una globalizzazione che non ci ha portato alcun vantaggio e che sta favorendo solo l’Estremo Oriente», spiega. Cita l’esempio del marchio Burberry. «Ognuno di noi pensa che sia inglese. E invece è di proprietà cinese e naturalmente produce tutto in Cina». E così descrive un paradosso che riguarda tutto il mondo della moda, anche quella italiana. Nei negozi vengono messi in vendita capi, ad esempio jeans di lusso, a 120 euro. «Il costo reale di produzione è otto», precisa. E se fosse stato fabbricato in Italia?, gli chiedo. «Circa 12 euro e peraltro di qualità superiore». La differenza non è abissale, eppure la delocalizzazione continua.
«Per anni ci hanno detto che la globalizzazione portava benefici ai consumatori, ma io vedo solo svantaggi: i prezzi al dettaglio continuano a essere alti, mentre molte aziende italiane sono state costrette a chiudere, in nome di un processo che arricchisce solo le grandi multinazionali, che aumentano all’estremo i margini strozzando i fornitori, e i top manager che incassano bonus sempre più ricchi. Ci stanno spolpando: la qualità dei prodotti non migliora, anzi spesso peggiora, la vita resta cara, ma intanto perdiamo posti di lavoro. Andando avanti di questo passo cosa rimarrà del nostro Paese?».

Rilancio i suoi dubbi: la globalizzazione è una fregatura? Inizio a credere di sì…