I giornali ne parlano di tanto in tanto e solo sulla spinta di un fatto di cronaca, ma quello delle aziende cinesi in Italia è un problema sempre più serio. L’altro giorno ho intervistato sul Giornale Pino Polli, industriale e presidente dell’Associazione Tessili Vari di Confindustria, il quale, quando gli ho chiesto se fosse possibile battere la concorrenza cinese, ha risposto così:

«Sì, purché la si affronti ad armi pari. Oggi noi subiamo una concorrenza sleale e i numerosi abusi delle aziende cinesi non vengono mai puniti in Europa. Inoltre sta esplodendo il problema delle ditte cinesi che lavorano direttamente in Italia e non portano alcun tipo di ricchezza al Paese: non pagano le tasse, né i contributi, non rispettano le leggi del lavoro, né le norme sulla sicurezza e rimpatriano i guadagni. Ma sono molto lesti a copiare i nostri prodotti. Così proprio non va».

Il concetto è semplice, ma illuminante. Se aggiungiamo i tanti misteri che avvolgono le comunità cinesi in Italia, mi chiedo: ma perché si continua a tollerare queste aziende, che anzi, adesso, nei mercati rionali, vendono prodotti presentandolo come Made in Italy, solo perchè fabbricato in condizioni indicibili e spesso di schiavitù in qualche scantinato in Toscana o in Lombardia? Ha ragione Polli: così proprio non va. O sbaglio?