In queste occasioni Obama dà il meglio di sè: a Oslo ha pronunciato un discorso alto, bello, coinvolgente. Ma mi chiedo: quanto coerente?

Obama ha invitato a non perdere la fiducia nel pacifismo che guidò grandi
figure come Mahatma Gandhi e Martin Luther King: «La non violenza praticata da uomini come Gandhi e King potrebbe non essere stata possibile in ogni circostanza, ma l’amore che predicarono – la loro fede nel progresso umano – deve essere
sempre la stella che ci guida nel nostro viaggio. Perché se perdiamo questa fede, se la respingiamo come sciocca o naif, se divorziamo dalle decisioni che prendiamo sulla guerra e sulla pace – allora perdiamo il meglio dell’umanità. Perdiamo il nostro senso della possibilità. Perdiamo la nostra bussola morale». «Mi rifiuto di accettare la disperazione come la risposta finale alle ambiguità della storia»,
ha dichiarato Obama, incitando a non rinunciare a cercare «la scintilla divina che ancora è accesa in ognuna delle nostre anime».

Stupenda frase. Obama ha anche dichiarato che «nessuna guerra santa può mai
essere una guerra giusta
». Condivido. Però alla fine ha difeso la sua guerra in Afghanistan. “Quando la forza è necessaria, abbiamo un interesse morale e strategico a impegnarci a certe regole di condotta. E anche quando affrontiamo un avversario maligno, non possiamo farlo senza regole. Credo che gli Stati Uniti d’America debbano rimanere portabandiera nella condotta di guerra“. 

Un pronunciamento quasi inevitabile per un grande Paese come gli Usa. Ma tutt’altro che cogruente. Un leader che si arroga il diritto di stabilire quali guerre siano giuste e quali no potrà diventare, forse, un grande statista, ma non può essere certo considerato, a inizio mandato, un Nobel per la Pace. L’ho già scritto e ora ne sono ancor più convinto: era meglio non darglielo.