La Conferenza sul clima di Copenaghen è di fatto fallita: meglio così, considerati i tanti dubbi sull’attendibilità dei dati sul clima e c’è da interrogarsi sull’utilità di un mega summit, che, sebbene sia stato preparato per anni, non è stato in grado di garantire un risultato minimo, se non quello di produrre emissioni di Co2 pari a quelle del Marocco in un intero anno.

Ma il summit ha svelato un altro Obama, che ha abbandonato i toni retorici, mostrandosi improvvisamente pragmatico. Ieri quando il presidente americano è salito per pronunciare il suo attesissimo discorso, anziché affascinare, richiamandosi a principi nobili quanto vaghi, come fece nel discorso sull’Islam al Cairo, è stato costretto a considerare innanzitutto l’interesse nazionale. Non ha potuto bluffare, né rifugiarsi nella retorica, ma porre paletti che sono risultati invalicabili.

Un Obama, più concreto, realista, addirittura cinico. Non mi stupisco: non si può governare la più grande potenza al mondo appellandosi solo alle buone intenzioni e pronunciando discorsi coinvolgenti, immaginifici, emozionanti, ma evanescenti. Decidere significa scontentare. Non a caso Greenpeace lo ha accusato di aver «tradito lo spirito dello yes we can» e di essere il “killer della Conferenza sull’Ambiente“. Uno choc, un trauma per i suoi sostenitori, che fa sorgere un dubbio: Obama si è comportato così perché dimostra finalmente qualità di statista o soprattutto perché ostaggio delle lobby interne?

conferenza-copenhagen-2009.jpg