Finalmente una buona notizia: il Senato ieri ha approvato la legge che tutela finalmente chi produce davvero in Italia nei settori tessile, calzaturiero e pelletteria, una legge che impedirà a chi fabbrica i propri capi in Cina o in Vietnam, di usare il marchio Made in Italy.

Ne avevo già parlato lo scorso dicembre, in occasione del sì della Camera, ma molti di voi avevano accolto la notizia con scetticismo, temendo boicottaggi e ostruzionismi della grande industria. Che infatti ci sono stati. Le lobby sono riuscite per qualche mese a insabbiare la legge e poi a presentare ben 50 emendamenti. Ma alla fine sono state sconfitte, grazie in particolare al pressing del leghista Marco Reguzzoni. Per approvare la legge ora è necessario un ultimo voto della Camera, che però è scontato.

Da notare: che sia la Camera, sia la commissione deliberante del Senato hanno votato all’unanimità; dunque per una volta maggioranza e opposizione sono andate d’accordo.

E non è l’unica buona notizia. Dalla rivista online L’ItaloEuropeo apprendo che il Parlamento di Strasburgo ha approvato norme che riducono gli oneri burocratici per le piccole imprese, esentandole persino dall’obbligo di redigere conti annuali.

Ben venga un’inezione di fiducia; purché la gente lo sappia. Mi sembra infatti che i media abbiano dato pochissimo spazio alla notizia del sì alla legge sul Made in Italy; una legge bella ma evidentemente anche scomoda. A certi gruppi industriali proprio non va proprio giù…

Ma ogni tanto anche i piccoli vincono, e se la politica  – di destra e di sinistra – si riscatta, resistendo a pressioni e ricatti è giusto riconoscerlo.

Sono segnali di speranza. O no?