Sul Corriere della Sera di ieri, Alberto Melloni, recensendo il bel libro di Andrea Tornielli e Paolo Rodari “Attacco a Ratzinger” (Piemme), mi ha accusato di aver sostenuto tesi complottiste ovvero che la campagna mediatica contro il Papa sia stata orchestrata dal Bilberberg Group.

L’accusa è ingiustificata è fuorviante. Per ragioni che non riesco nemmeno ad immaginare, Melloni ha estrapolato una mia citazione, pubblicata nel saggio di Tornielli e Rodari, senza contestualizzarla e omettendone altre. Ad esempio quella in cui, sostengo che è impossibile valutare le tesi sul Bilderberg in quanto “mancano studi credibili su questo misterioso gruppo”.

Chi segue questo blog sa come la penso: io non credo che il Bilderberg sia il Grande Fratello che governa il mondo. L’analisi di questo movimento deve essere, a mio giudizio, ben più sofisticata rispetto a quella proposta da Daniel Estulin; il quale talvolta pesca bene, ma talaltra dimostra un eccesso di protagonismo.

Osservo, tuttavia, che ogni volta che si affronta l’argomento del Bilderberg scattano dei riflessi quasi pavloviani. Da un lato c’e’ chi si esalta nella persuasione di aver scoperto il governo occulto del mondo; d’altro canto c’è chi si indigna e alza muri preventivi, talvolta senza nemmeno sapere cosa sia davvero il Bilderberg e nella presunzione che le élite politiche, finanziarie ed economiche fossero composte solo da persone integerrime, disinteressate, esemplari nella difesa delle istituzioni.

La realtà è molto complessa. La globalizzazione provoca la continua erosione da un lato della sovranità degli Stati, dall’altro di istituzioni antiche come quelle della Chiesa cattolica. In quale misura questi fenomeni sono indotti e in quale provocati? Non lo sappiamo.

Negli anni Novanta due studiosi cinesi pubblicarono un saggio, intitolato Guerra senza limiti e tradotto in Italia grazie al generale Fabio Mini, in cui spiegavano l’importanza cruciale delle cosiddette guerre assimmetriche ovvero del terrorismo, della pirateria sul web, delle turbative dei mercati finanziari e dell’arte di influenzare i media. Chi vuol fare buon giornalismo deve conoscere lo spin ovvero le tecniche di comunicazione capaci di condizionare non un giornale, ma l’insieme dei mezzi di informazione.

Nel saggio Gli stregoni della notizia (Guerini editore), sostengo la tesi che i giornalisti non sono preparati per capire e neutralizzare lo spin. Per questo Tornielli e Rodari mi hanno interpellato. Una penna autorevole e pluripremiato come Nick Davies del Guardian, nel suo Flat Earth news, sostiene la stessa tesi.

Né Davies, né io condividiamo le tesi cospirazioniste. Ma non possiamo nemmeno chiudere gli occhi. Ricordate il Millenium bug? E l’influenza suina? E l’aviaria? False notizie (potrei citarne tante altre) che hanno condizionato il mondo, pur essendo montate ad arte. Chi le ha orchestrate? Ancora oggi non lo sappiamo. Ma interrogarsi è doveroso.

Lo stesso approccio dovrebbe valere per il Bilderberg, un club fondato nel 1954 dalla famiglia Rockfeller e che riunisce una volta all’anno alte personalità americane ed europee del mondo della politica, dell’economia e della finanza per analizzare la situazione internazionale. Nulla di anomalo, altre organizzazioni fanno altrettanto. Ma il Bilderberg ha una particolarità: opera nel segreto assoluto. Per cinquant’anni non si è saputo nemmeno che esistesse. Solo di recente ha aperto un sito, anodino peraltro. Non si conoscono le sue finalità, i suoi membri, curiosamente, non vantano l’appartenenza nei Curriculum vitae. E quando il Club si riunisce in seduta plenaria i giornalisti che tentano di avvicinarsi vengono cacciati brutalmente.

L’ipotesi che sia il vero centro del potere mondiale non regge. E’ improbabile che circa 150 leader decidano le sorti del pianeta vedendosi una volta all’anno. Ma nell’era della comunicazione non si può nemmeno credere che ministri, banchieri centrali, finanzieri, grandi manager, opinon leader si riuniscano per bere il tè assieme.

E’ verosimile che il Bilderberg sia un ingranaggio nella rete (opaca) di contatti tra chi promuove e ha interesse nella globalizzazione. Ma la riservatezza maniacale alimenta il sospetto. E il mistero. Che in democrazia è malsano.

Mi chiedo: è davvero così scandaloso per un giornalista, in un’ottica autenticamente liberale, chiedere di saperne di più? Perchè la stampa, in genere, non affronta serenamente questo argomento?

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Ma è così scandaloso parlare del Bilderberg?, 4.7 out of 5 based on 50 ratings
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