Confesso che provo sempre più nostalgia di Bertinotti. Non del leader di Rifondazione Comunista, ma del presidente della Camera Fausto Bertinotti ovvero di un uomo politico che quando fu eletto alla terza carica più alta dello Stato decise di astenersi dal dibattito politico.

Ricordo più volte la sua sofferenza durante i talk-show televisivi quando pur morendo dalla voglia di dir la sua, schivava sempre le domande dei conduttori affermando che il suo ruolo istituzionale glielo impediva.

Pagò un prezzo altissimo, perché quei due anni sullo scranno più alto della Camera lo allontanarono dal partito, dal contatto con la gente e dunque con i suoi elettori. Alle elezioni del 2008 Rifondazione crollò, non riuscendo nemmeno a superare il quorum. Ma fu di parola, nel rispetto della neutralità e dell’equidistanza richiesta al presidente di un ramo del Parlamento.

Non voglio tornare sulla vicenda della casa di Montecarlo, ma se esaminiamo il comportamento di Fini nell’ultimo anno, è innegabile che sia stato innanzitutto un uomo politico e solo secondariamente un uomo delle istituzioni. Ha deciso di combattere una battaglia politica, prendendo più volte posizione contro il governo, polemizzando con Berlusconi e i suoi ministri. Ne aveva diritto, sia chiaro: la democrazia permette di cambiare opinione. Ma a condizione di indicare chiaramente il ruolo: o politico o uomo delle istituzioni. Tutte e due non è possibile.

E’ soprattutto per questo motivo che secondo me dovrebbe abbandonare la presidenza di Montecitorio. E, quando verrà il momento, lasci che siano gli elettori a giudicare.

O sbaglio?

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