Sì c’è un tempo per tutto. C’era il tempo della lotta ad Al Qaida, all’indomani dell’11 settembre. Quella guerra era inevitabile, è stata vinta ma non conclusa.

C’era il tempo dell’impegno internazionale e l’Italia, dal 2003 nell’ambito della missione Isaf, ha svolto egregiamente la sua parte. Ma quando il mondo si è mosso è venuta a mancare l’America, che anziché dedicarsi alla ricostruzione di un Afghanistan martoriato, anziché far affluire i massicci investimenti economici promessi nel 2002, anziché estirpare definitivamente la rete dei talebani, ha deviato uomini, risorse e attenzione sull’Iraq, dando modo ai talebani di riorganizzarsi e ha chiuso gli occhi sulla corruzione e l’inefficienza del governo Karzai che hanno screditato il loro alleato.

C’era il tempo di un energico chiarimento con i servizi segreti pakistani, che da un decennio fanno il doppio gioco: fingono di essere amici degli Usa e aiutano i talebani; ma l’America non è andata oltre un rimbrotto per ovvi motivi strategici e con un occhio all’atomica di Islamabad.

C’era il tempo di stabilire nuovi, chiari obiettivi politici e militari in Afghanistan, ma il vertice di Washington prima con Busg e poi con Obama ha continuato a mostrarsi diviso, confuso, contraddittorio.

E soprattutto, c’era il tempo della sincerità. Dai documenti usciti quest’estate e pubblicati su Wikileaks, emerge che il terrorismo internazionale in Afghanistan è stato annientato. Oggi Al Qaida conta su non più di 200 uomini, ma bisognerebbe dire quel che resta di Al Qaida in quanto è diventata un’entità fantasma; un’etichetta su una bottiglia. Vuota, che altri gruppi di tanto in tanto riempiono, fuori dall’Afghanistan,

Oggi è il giorno del dolore e dell’addio ai quattro militari caduti, a cui vanno resi tutti gli onori. Quattro bravi ragazzi che, per la loro dedizione, rendono onore al nostro Paese.

Ma ritengo sia giunto il momento di riflettere sul nostro ruolo. Questa non è più una guerra al terrorismo, ma una guerra contro i talebani ovvero contro una setta politica che opera solo in quella regione. E viene condotta male, non da noi, ma dal Pentagono.

L’Italia si è comportata con straordinaria lealtà per 7 anni, ma essendoci un tempo per tutto e considerati i gravi errori tattici e strategici commessi dagli Usa, ritengo sia giusto cambiare la natura della nostra missione.

La Russa ha chiesto che i nostri uomini vengono protetti da aerei muniti di bombe. E ha perfettamente ragione: questa non è più una missione di pace, ma di guerra. Bisogna ammetterlo senza ipocrisia. E ancora una volta il Partito democratico ha dimostrato la sua evanescenza, con le giravolte di Fassino che in 24 ore ha cambiato opinione, come spiego in questo articolo. Non si possono mandare allo sbaraglio i nostri soldati esponendoli a rischi ancora più alti.

Ma al contempo bisogna cambiare le nostre priorità. Più impegno nel breve, meno nel medio. Addestratori militari sî, altre truppe no,  pianificando con precisione e sollecitudine un nuovo calendario di ritiro, senza mettere in difficoltà gli alleati, dunque, ancora una volta, con senso di responsabilità, ma chiarendo a Obama che il nostro impegno sta per giungere al termine.

Perché c’è un tempo per tutto.

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