Nei giorni scorsi ho scritto un articolo sul miracolo del North Dakota, l’unico Stato americano che ha rifiutato di aderire al Federal Reserve System. L’ho scritto seguendo il suggerimento di uno dei partecipanti più assidui di questo blog, Silvio, che sono lieto di ringraziare. Potete leggere l’articolo qui. . La morale é molto semplice: felicità è vivere senza la Fed. Ovvero: il North Dakota dipende da una Banca centrale indipendente, la quale, anziché rincorrere e propagare le chimere dei mercati finanziari, opera dal 1920 al servizio della comunità con risultati strepitosi: crescita sostenuta, nessun deficit, disoccupazione bassissima. Al punto che molti altri Stati come California e Florida vogliono imitarla.

Oltre a questo articolo ne segnalo un altro, uscito venerdì e che riguarda l’Italia. Ho incontrato Marco Fortis, che considero uno dei pochi economisti italiani capaci di sviluppare un pensiero autonomo e innovativo, il quale rivela che le aziende italiane sono seconde solo alla Germania in termini di competitività nel commercio mondiale e dunque davanti alla Cina, dato questo sconosciuto ai più. Inoltre Fortis sostiene che, in tema di riforme per l’Italia, sia sbagliato continuare a inseguire modelli stranieri, in quanto da un lato sono illusori (vedi capitalismo anglosassone basato sul debito privato), dall’altro non pertinenti (vedi capitalismo tedesco caratterizzato dalla presenza di diversi grandi gruppi, che invece mancano in Italia). Secondo Fortis per rilanciare l’Italia bisogna predisporre delle riforme che consentano di valorizzare i suoi punti di forza (quello che lui chiama quarto capitalismo votato all’export), con scelte ad hoc e all’occorrenza anticonformiste.

E’ una tesi di buon senso che condivido senza esitazione e di cui in parte avevamo parlato anche su questo blog.

Il messaggio é: per prosperare davvero bisogna avere la forza di non lasciarsi lavare il cervello dalla propaganda e di trovare formule adatte alla propria realtà, infischiandosene dei moniti e dei latrati della maggior parte degli economisti.

Come ha fatto il North Dakota. E come può, anzi deve, fare anche l’Italia.

O sbaglio?

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