Davvero i Tea Party sono responsabili per il tragico attentato di Tucson? La risposta è no: il gesto è opera di uno squilibrato. Eppure una certa stampa, anche autorevole, continua a rispondere di sì, negli Stati Uniti e in Europa. Qualunque cosa accada corrispondenti e editorialisti ripetono da giorno la stessa tesi (ad esempio ancora oggi Nadia Urbinati su Repubblica) che possiamo riassumere così: i Tea Party sono razzisti e settari, conducono campagne d’odio che finiscono per armare la mano di estremisti e fanatici, i quali finiscono per passare all’azione.

Lo scopo non è quello di scoprire la verità, ma di creare un “frame” ovvero un concetto che diventa il quadro concettuale o, se preferite, il filtro, attraverso cui discutere quell’argomento. Chi rispetta questo frame può parlare, avendo appurato che non metterà in dubbio la verità proclamata. Chi osa uscire dalla cornice commette un crimine di lesa maestà e viene tacciato di populismo; dunque non è credibile.

I Tea Party sono un movimento di protesta eterogeneo di destra, ma dalle molte anime e l’autore dell’attentato non ha niente a che fare con loro, bensì, semmai, con i suprematisti bianchi. Ma questo è ininfluente: la verità politically correct resta e lo rimarra a lungo l’altra.

Come accade su molti argomenti: difficile togliere un’etichetta quando viene appiccicata. Queste tecniche di comunicazione vengono usate più spesso di quanto si creda e finiscono per alterare alla fonte la nostra percezione della realtà.

E invitare, come ha fatto ieri Obama, “l’America a ritrovare la propria anima” appare insopportabilmente retorico. Di quale anima parla? E di quale America? E, sotto sotto, di quale informazione?

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