Nel turbinio libico una notizia importante è passata quasi inosservata. In Francia, se si votasse oggi, Marine Le Pen batterebbe tutti (anche Sarkozy) e andrebbe al ballottaggio. Sia chiaro: la destra che apprezziamo è quella moderata e liberale che governa in molti Paesi europei, come ho scritto in questo articolo. Formazioni estremiste come il Fronte nazionale non rappresentano, a nostro giudizio, una risposta accettabile ai problemi di oggi, ma se questi partiti emergono con tanta forza (e non solo in Francia), significa che quelli tradizionali sbagliano o perlomeno che non sanno più essere in sintonia con la società.

Oggi un numero crescente di francesi rifiuta l’immigrazione incontrollata e la conseguente imposizione, per inerzia, di una società multietnica. Persino la Francia – le cui radici culturali e nazionali sono da sempre molto profonde – soffre una profonda crisi identitaria. Aggiungete gli effetti della crisi economica, la larvata ma implacabile erosione della sovranità nazionale generata dall’Unione europea, la paura che i recenti sommovimenti nel Nord Africa provochino un’altra ondata migratoria e il quadro appare nitido.
Marine Le Pen è donna e grazie ai suoi 42 anni intercetta un pubblico metropolitano, giovane che suo padre non riusciva a sedurre. È preparata e carismatica. Appare meno estremista, meno «fascista» di Jean-Marie; dunque più accettabile.

E questo dovrebbe far riflettere Sarkozy, il suo declino nei sondaggi ha molte ragioni; una, però, è evidente: da circa un anno il presidente tende ad accreditarsi come leader centrista e ha notevolmente annacquato le sue posizioni sui temi sociali e identitari. Doveva essere la mossa vincente per spiazzare la sinistra. E invece lo sta danneggiando.

Nel 2007 Sarkoy vinse perché propose un programma innovativo e liberaldemocratico e al contempo molto profilato sull’immigrazione e sulla necessità di preservare i valori della tradizione. Senza mai dichiararlo, «rubò» spazio proprio a Le Pen, dando una rispettabilità a idee che, altrimenti, tendevano al razzismo e all’intolleranza. I francesi, premiando Marine, chiedono che quelle esigenze tornino al centro dell’agenda politica e Sarkozy dovrà prenderne atto. Se vuole restare all’Eliseo deve essere quello di quattro anni fa. Insomma, deve andare a destra e ancora a destra.

Ma dovrebbe anche far riflettere anche i leader italiani. Fini era amico sia di le Pen che di sarkozy, ma oggi non è più quello di 25 anni fa e nemmeno quello di tre anni fa. A onor del vero, non è più nemmeno di destra. Ragiona e agisce come un leader progressista, canta le lodi della globalizzazione e si presenta come alfiere del Terzo Polo. Sogna un’Italia multietnica che fino a qualche tempo aborriva e non vibra più per quei valori patriottici che un tempo lo commuovevano. È convinto che il futuro sia al centro, per ragioni che la maggior parte dei suoi estimatori continua a non capire e lui a non spiegare.

Ma anche Berlusconi farebbe bene a seguire quanto avviene a Parigi. Certi umori non sono solo francesi, ma anche italiani. E vanno interpretati, canalizzati. La gente nell’Europa di oggi chiede più destra, più identità, più sicurezza. Chi lo capisce vince, chi si arrocca su posizioni astratte, riformiste o genericamente buoniste perde.

O sbaglio?

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