Berlusconi esce di scena e con ogni probabilità non sarà un arrivederci ma un addio. Tutt’altro che glorioso. Il Cav non è uomo da “mea culpa” e può vantare molte attenuanti: ha governato in momenti difficili (post 11 settembre, crisi finanziaria) e contro tre establishment implacabili: la magistratura, il salotto buono dell’economia italiana, la grande finanza internazionale in sintonia con certe lobby europee.
Chiunque al suo posto, sarebbe caduto prima. La caparbietà e le capacità di resistenza di Berlusconi sono impressionanti, però il Cav non è esente da colpe.

L’errore più evidente è stato quello di aver rinunciato quasi subito a cambiare in profondità l’Italia, ad interpretare quella voglia di cambiamento che nel ’93 aveva spinto milioni di italiani a dargli credito, nella speranza che un uomo nuovo, un rappresentante della Società Civile, molto ricco e dunque non corrompibile, potesse governare sopra e meglio i soliti politici. Quel Berlusconi invece si è lasciato inghiottire dalle logiche di Palazzo, che lo hanno logorato a tal punto da incrinarne la popolarità.

Il secondo sbaglio è stato quello di non aver saputo porre un freno alle pulsioni della propria vita privata. Sia chiaro: ognuno è libero di comportarsi come crede nell’intimità, ma quando guidi un governo e sai che i tuoi nemici intendono usare qualunque strumento per abbatterti, non puoi esporti organizzando festini con decine di ragazze, non puoi attorniarti di personaggi come Lavitola, Lele Mora, Tarantini. Devi darti una regolata, devi proteggerti, devi evitare incontri imbarazzanti.

E invece Berlusconi è andato avanti nella persuasione che nulla avrebbe potuto fermarlo, come è accaduto tante volte nella sua lunga e straordinaria carriera. L’imprenditore e il politico che per anni vedeva le cose molto prima degli altri, si è rifiutato di riconoscere i pericoli a cui lui stesso si esponeva con leggerezza e di ammettere che gli italiani potessero non dargli più fiducia.

Peccato che non abbia colto l’attimo. Passerà alla storia comunque, perchè la storia a modo suo l’ha fatta, ma non come l’artefice delle riforme che hanno cambiato e davvero modernizzato l’Italia. Questa la sua missione, questo il suo errore più grande. Peccato davvero.