Tra le tante manchevolezze del non più santissimo premier Mario Monti, una risulta colossale, eppure quasi mai evocata: il taglio della spesa pubblica. Fatto salvo Oscar Giannino, che conduce una battaglia quotidiana su Radio 24, e poche altre firme, la grande stampa nazionale scansa accuratamente l’argomento che dovrebbe essere al centro della riflessione pubblica e che invece passa sottotraccia. Perchè è scomodo e potrebbe provocare più di un imbarazzo al non più santissimo e talvolta un po’ smarrito Mario Monti. Allora meglio parlare d’altro.

Sia chiaro: non parlo di tagli indiscriminati, ma di riforme precise volte a ridurre e possibilmente eliminare sprechi che sono stati documentati decine di volte, nei comuni morosi, in certe zone del Meridione, negli enti pubblici desueti (a sud come a nord), nelle inefficienze dell’amministrazione pubblica, nella sanità, eccetera eccetera.

Ma affrontare questi temi è impopolare, richiede doti da vero statista, quasi una vocazione al martirio. La via è scomoda e il nostro premier si guarda bene dal praticarla. Da eurodirigista quale in realtà è nell’animo, preferisce usare la scure delle tasse e le politiche punitive che in parte sono necessarie, ma che finiscono per scoraggiare, anzi avvilire, l’Italia migliore, degli industriali, dei professionisti, che produce e continua a battersi, eroicamente.

Se anzichè frequentare solo le élites, il non più santissimo ma sempre glaciale Mario Monti, parlasse con la gente normale, se frequentasse la piccola e la media borghesia, si accorgerebbe dello scoramento che attraversa il Paese, ma è chiedergli troppo.

Lui non si abbassa. Lui tassa, gioisce e l’Italia va a rotoli.

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