Questa volta non basta parlare di destra e di sinistra, fare il tifo per il gollista Sarkozy o per il socialista Hollande, strizzando magari l’occhio chi a Marine Le Pen, chi ai candidati della sinistra alternativa come Jean-Luc Mélenchon.

Questa volta la posta in gioco è molto più alta e non riguarda solo i francesi, ma tutta l’Europa. Perché a votare, per la prima volta da quando è esplosa la crisi del debito pubblico dell’eurozona, è uno dei due grandi Paesi sui quali è stata costruita finora l’Unione europea e perché per la prima volta negli ultimi vent’anni non appare invulnerabile; anzi è fragile, debole, azzoppato da un debito pubblico molto alto e da qualche settimana nel mirino dei mercati.

Qualcuno potrebbe chiedersi, ma in fondo cosa cambia se vince Hollande o Sarkozy? Destra moderata contro sinistra moderata… in teoria bon poco. E infatti, se anche il candidato socialista dovesse prevalere con ogni probabilità non riuscirebbe ad applicare che una piccola parte del proprio programma.

E’ il destino che accomuna tutti i capi di governo dell’Unione europea, i quali in campagna promettono cambiamenti ma che, una volta vinte le elezioni, scoprono di aver ben pochi poteri. Non controllano le finanze pubbliche in quanto vincolati ai criteri di Maastricht, né il territorio, né le frontiere, che sono state abbattute dal Trattato di Schengen, e non possono proporre leggi in contrasto con le normative europee ovvero sulla maggior parte degli argomenti che regolano la vita di un Paese. Sarebbe ora che agli elettori venisse detto con chiarezza che il loro Paese non è più sovrano e che le loro Costituzioni non hanno di fatto più valore, magari chiedendo ai popoli (e non solo ai Parlamenti) se sono d’accordo. In democrazia, peraltro, si usa.

E la democrazia, talvolta, non coincide con certi disegni. In Francia, ad esempio, poche settimane fa, è accaduto che Hollande, pur di vincere, abbia promesso un aumento della spesa pubblica, la diminuzione dell’età della pensione, l’aumento delle tasse ai ricchi. Un programma populista e destinato a rimanere sulla carta, ma condito da due paroline semplici: crescita e occupazione. Ed è accaduto che Sarkozy appaia a molti elettori come il candidato dell’establishment, dell’ortodossia finanziaria. Suo malgrado. Già perché anche Sarkozy, come tanti leader europei, in realtà ha dovuto subire le decisioni prese da altri,dalla Banca Centrale europea, dal Fondo monetario internazionale, dalla Commissione europea e soprattutto dall’improvvida Angela Merkel, che ha di fatto smantellato il tandem con Parigi, imponendoa tutti, anche all’ex alleato francese, una politica di assoluto rigore fiscale che, asseconda le paure ancestrali del popolo tedesco, ma non tiene in alcuna considerazione le esigenze del resto d’Europa, che avrebbe bisogno di un po’ di ossigeno e che invece vede davanti a sé anni di sacrifici e di penuria, soprattutto se entrerà davvero in vigore il Trattato che impone il pareggio di bilancio.

Tutto questo Hollande è riuscito a spiegarlo ai francesi ed è per questo che il voto di domani assume sempre di più la valenza di un referendum, pro o contro un’Europa dominata dalle ossessioni tedesche, pro o contro un’Europa che impone sacrifici ma non offre più speranza.

Un referendum che i mercati attendono frementi, per sferrare un altro attacco all’euro e che potrebbe indurre i popoli del Vecchio Continente a porsi una domanda semplice eppure scomoda: valge davvero a pena soffrire per l’Europa; anzi, per questa Europa?

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