Ci sono giornalisti che, giustamente, hanno evidenziato l’articolo di fuoco con cui il Financial Times ha definito Mario Monti inadatto a guidare l’Italia. Giustamente perché è la conferma che un certo establishment europeo ha mollato il premier italiano; eppure tutt’altro che sorprendente. Erano settimane che da quergli ambienti, a lungo amici, arrivavano messaggi di malcontento nei confronti di Monti. L’Economist, lo stesso Financial Times, articoli del Wall Street Journal, sapientemente ispirati o scritti da firme molto ben informate lo avevano ammonito per tempo, invitandolo a stare fuori dalla mischia.

Ma evidentemente non conoscevano davvero Mario Monti o forse Mario Monti non conosce abbastanza se stesso. Come rilevato in un post del sei gennaio (“Evviva, Monti perde colpi“), sono bastati 15 mesi per far emergere la sua vera indole, quella di un uomo superbo, ambizioso, attirato dal potere per il potere, calcolatore all’estremo eppure, giunto al vertice e lusingato dai bagliori della ribalta, improvvisamente (e per una volta umanamente) vanitoso.

Se fosse stato davvero accorto avrebbe ascoltato quei messaggi, sarebbe rimasto fedele alle logiche di quegli ambienti che  ha sempre frequentato. Invece l’algido Monti è finito travolto dalle proprie debolezze. Le “riforme” che hanno messo in ginocchio l’Italia erano previste e gradite, ma la sua “salita in politica” no. Anzi, era considerata, leggendo quegli articoli, controproducente, in quanto avrebbe reso impossibile il commissariamento post elezioni dell’Italia, viatico al ritorno, in pompa magna, dello stesso Monti, in veste di tecnico, a Palazzo Chigi.

Ora, invece,  a meno che la sua coalizione non ottenga la maggioranza (ipotesi irrealistica), Monti si è bruciato. Non è superpartes e, in quanto leader di una piccola coalizione, condannato a un ruolo subalterno. Ed è stato pertanto abbandonato dai suoi sodali.

Questo non risolve i problemi dell’Italial ma restituisce un po’ di credibilità a quel che resta della democrazia italiana. E complica i piani di chi vuole imporre l’Unità europea dall’alto, usando il debito come arma suprema per piegare i popoli riottosi che ancora credono alla sovranità popolare, alla separazione dei poteri. E lasciando il potere in mano a élites tanto influenti quanto invisibili.

Quelle élites che oggi si pentono di aver creduto in Monti. E lo rinnegano definendolo “Unfit to lead”, inadatto a governare. Come Silvio Berlusconi qualche anno fa. Che fine ingloriosa, Mario!

PS Apprendo ora che il Financial Times ha parzialmente corretto il tiro, precisando che si trattava di un commento personale di Walter Munchau. Monti, come risulta dai giornali di oggi, si è infuriato non poco per l’articolo ed evidentemente ha fatto pressioni notevoli sull’FT, che il giornale britannico non ha potuto ignorare. L’analisi di fondo però non cambia: la critica di Munchau non è estemporanea ma è solo l’ultima di una serie di riserve formulate dallo stesso Financial Times, dall’Economist, dal Wall Street Journal a riprova di un crescente malumore in certi ambienti politici e finanziari, europei e non. E soprattutto resta il fatto che Monti non può più presentarsi come tecnico, bensì, semmai, come stampella di un governo PD,;non più premier ma, semmai, ministro dell’economia; non più centrale bensì complementare. Non certo un grande risultato.