Gli americani di una certa età ricordano ancora il nome del cane di Nixon: Millie. E non a caso: uno studio dimostrò che il barboncino nero del presidente repubblicano era citato in televisione più di qualunque altro ministro. Se oggi citate il nome “Socks”, molti cinquantenni, anche in Italia, vi diranno che era il gatto di Bill Clinton, il quale aveva anche un labrador. George Bush di cani ne aveva due e quando uno si rifiutò di salire sulla scaletta dell’Air Force One, di fronte ai fotografi che immortalarono la scena, la sua popolarità aumentò di due punti. Obama, quando fu eletto, non aveva animali in famiglia, ma dopo poche settimane i suoi consulenti gli consigliarono di regalarne uno alle sue figlie e per presentare “Bo”, questo il nome del “First Dog”, fu organizzata addirittura una conferenza stampa sul prato della Casa Bianca.
Non stupisce, pertanto, che Berlusconi prima e, a ruota, Monti si siano fatti immortalare con un cucciolo in braccio. Il cane umanizza l’uomo politico, lo fa sembrare sensibile, più simile all’uomo della strada. Il meccanismo di identificazione è fortissimo negli Stati Uniti, dove la famiglia modello possiede un cane e se non ce l’ha, sogna di averne uno come ricordano decine di film di Hollywood. In Italia la suggestione è meno forte, essendo diverse le abitudini di vita, ma la simbologia è altrettanto forte. Il cane, meglio se un cucciolo, evoca tenerezza, bisogno di proteggere o di essere protetti, altruismo, affetto, insomma un insieme di valori positivi che suscitano un transfer immediato, che colpisce i sensi più che il cervello e dunque è straordinariamente efficace.
A una condizione: l’interesse per i cani non deve essere episodico. La foto e via, la carezza in diretta tv aiuta il politico, soprattutto se percepito come freddo e distante (e Dio sa quanto ne abbia bisogno Monti), ma l’effetto è effimero se non rientra in un comportamento coerente, prolungato nel tempo e debitamente propagandato.

Per intenderci: servirà a poco all’ex presidente della Bocconi se non si accompagna a un deciso cambio di immagine, a un’umanizzazione della personaggio che per ora è stato pianificato maldestramente dagli spin doctor del presidente del Consiglio e da costui interpretato persino peggio.

Berlusconi è apparso più credibile perché gesti di questo tipo sono più coerenti con la sua immagine pubblica e sorretti da una capacità comunicativa straordinaria. Basta guardare l’espressione sul volto dei due per cogliere la differenza: nella foto dell’altro giorno Silvio dà l’impressione di amare il cane, lo abbraccia, quasi lo bacia; Mario, invece, in quella postata su twitter, comunica malinconia e nessuna empatia, sembra un nonno costretto, controvoglia, dai nipotini a farsi fotografare con il loro cucciolo.

Per entrambi, però, è verosimile che l’”effetto cane” sarà già svanito il giorno delle elezioni. Né l’uno né l’altro hanno il tempo necessario per costruire un nuovo percepito. I presidenti americani trascorrono quattro anni a farsi fotografare, almeno una volta alla settimana, mentre giocano con il cane nel giardino della Casa Bianca o lo accarezzano sulla poltrona dello Studio Ovale sotto lo sguardo compiaciuto di moglie e figlie. Nelle due settimane che mancano al voto, Mario Monti e Silvio Berlusconi non riusciranno a dimostrare la loro indole animalista, la tenerezza che, nonostante tutto, alberga nei loco cuori. E gli italiani voteranno seguendo altri parametri, altri valori non tutti razionali, anzi. Il successo di una campagna si misura sulla capacità di coinvolgere, motivare, emozionare. L’identità conta più dei programmi. E in quella italiana il fattore cane, per quanto graditissimo, non incide come in America. Per fortuna.