La Merkel ha vinto, anzi stravinto; però ancora una volta la stampa italiana, nel suo insieme, ha ecceduto nei toni retorici. Emblematico il titolo di Repubblica: la regina che deve fare l’Europa. I giudizi definitivi e assoluti, con la tendenza assecondare sempre il vincitore. Come sempre d’altronde. Quando fu eletto Sarkozy, i maggiori incensatori dell’allora neopresidente francese erano coloro che fino a poche ore prima lo denigravano perché facevano il tifo per Ségolène Royal. Su Obama la stampa italiana, quasi all’unanimità, fu zuccherosa.

Ora stesso scenario con la Merkel. I giornali italiani in genere durante l’anno non si occupano di Germania, la conoscono sommariamente e attraverso il filtro distorto della politica italiana o dei luoghi comuni. Non hanno una percezione chiara di cosa significhi vivere, lavore in Germania, non conoscono le consuetudini della politica tedesca, né i codici del potere. Dovrebbero essere prudenti nei propri giudizi e invece indulgono nell’iperbole, che alla fine non aiuta il lettore a capire; mentre in questo momento di grande confusione istituzionale e di progressiva sottrazione di sovranità nazionale a vantaggi dell’Europa e di organismi sovranazionali, il pubblico ha più che mai bisogno di capire, di sapere dove si collochi davvero la Germania, se la Merkel fondi le proprie politiche su un chiaro disegno strategica o su motivazioni più contingenti, di breve periodo.

Sarà la storia a dirci se la Merkel sarà o no un cancelliere memorabile, la mia impressione è che le manchi il respiro dei grandi statisti e che nelle sue valutazioni di dossier complicati, come quello europeo, tenda a non alzare lo sguardo e a non leggere tra le righe, bensì ad essere piuttosto basica nelle sue valutazioni. Se ripercorrete le posizioni della Merkel all’indomani della crisi dei subprime e, soprattutto, nei riguardi della Grecia, vi accorgerete come Frau Angela abbia compiuto drastici e inaspettati cambiamenti di rotta; non appena ha preso coscienza di alcuni aspetti – non immediatamente evidenti all’opinione pubblica né, evidentemente, ai suoi collaboratori.

Angela Merkel sa difendere gli interessi della Germania, ma sovente in modo miope e con inclinazioni egoistiche ed autoreferenziali, estranee, perlomeno nella forma, alla cultura politica tedesca del Dopoguerra. Molto meglio la Merkel del rivale Steinbrück, sia chiaro. Merita la fiducia dei tedeschi e il suo curriculum elettorale è straordinario. Ma non sarei sicuro che sia sorretta da una grande visione strategica e per questo, nel lungo periodo, meno saggia e lungimirante di quanto pensino i suoi ammiratori, sia in patria che fuori.

O sbaglio?