Non ho mai amato Monti. L’ho scritto e l’ho ripetuto piû volte. Non mi ha mai convinto l’uomo e ho sempre diffidato delle sue ricette economiche, di cui, sin dall’inizio della sua avventura politica, non mi è stato difficile prevedere il fallimento; ma quando ha annunciato le dimissioni da Scelta Civica ho pensato: “Finalmente un gesto forte e qualificante”.

Ahimé, questa volta mi sono sbagliato; perché sono bastate alcune sue interviste per far emergere, ancora una volta, i lati sgradevoli della sua personalità. Sarrebbero bastate poche parole del tipo: “Ci ho provato, ci ho creduto, ma la politica di Palazzo è stata più forte di me o forse sono stato io a illudermi di poter cambiare davvero le cose. Piuttosto che restare ostaggio dei giochi di Palazzo preferisco passare la mano. “.

Parole nobilitanti. E invece Mario Monti approfitta di quest’ultimi spicchio di popolarità mediatica per regolare conti, cedendo ancora una volta alla superbia che tante volte gli ha nuociuto. Non c’è ombra di pentimento, non c’è accenno ai propri errori nelle sue parole. Le colpe sono sempre degli altri, peraltro con scarsa sagacia politica. Attribuire a Brunetta i meriti della politica economica di Letta, significa certificare ciô che lo stesso ex ministro del Pdl va dicendo da settimane. Pensava di offendere e invece gli ha fatto un favore.

Ma il punto più basso lo ha toccato accusando la Bignardi di avergli fatto perdere le elezioni quando, durante una trasmissione televisiva, lei gli piazzò tra le braccia, inaspettatamente, un cucciolo di cane. Quell’episodio fece risaltare la sua freddezza – come rilevai subito su questo blog – e certo non lo aiutò, ma non fu determinante; perché a quel Monti aveva già perso le elezioni. E le perse semplicemente perché non governò bene.

Il cane non c’entra nulla e nemmeno la Bignardi. Le colpe erano sue, solo sue. E la sua uscita di scena, ahimé, in linea con la sua breve avventura politica, che nessuno rimpiangerà.