Il mio ultimo post ha suscitato numerose reazioni, alcune di speranza. C’è chi mi segnala la nascita di nuovi movimenti, chi non rinuncia a combattere, ma in genere prevale lo scoramento, la sfiducia. Mi ha colpito un passaggio della mail che mi ha inviato Francesco Pirani, che scrive:

Sono un piccolo, anzi, piccolissimo imprenditore e mi trovo di Domenica mattino in ufficio a lavorare. Da buon ottimista ti devo dire che la vedo molto dura… Il sistema paese sta implodendo e nulla mi fa credere che nei prossimi dieci anni ci possa essere un’inversione di tendenza nei meccanismi che oggi ci mettono fuori mercato per mancanza di competitività. La tassazione calerà solo per spot governativo (qualsiasi esso sarà) ma di fatto quel tremendo gap con il resto del mondo industrializzato rimarrà e non ci saranno neanche i servizi che in buona parte del resto del mondo vengono erogati.(…) Ci stanno togliendo l’entusiamo

Questa non è una protesta “di pancia” ma una sensazione diffusa e innegabile. Molti italiani, di destra o di sinistra, non credono piû a nulla. Non credono al governo e tanto meno alle istituzioni sovranazionali che discettano di ripresa e di svolta. Si sentono impotenti, traditi, rassegnati. Eppure è da questo sentimento di rassegnazione che bisognerebbe ripartire.

Ridare morale, proporre una visione del Paese, indicare una via d’uscita non retorica. Ovvero tutto quel che la classe politica attuale non è capace di proporre, a cominciare dallo stesso Letta, che, come molti dei suoi predecessori, sembra preoccupato più di compiacere l’establishment sorvanazionale ed europeo che i propri cittadini. Avanti di questo passo, l’Italia tornerà ad essere un Paese povero, senza speranza, senza futuro. Compierebbe un salto indietro di decenni. Non sarebbe l’unico nell’Eurozona, ma non è una consolazione.

E’ questo che si vuole?