Berlusconi aveva un Partito. Ora ce ne sono due.
Al Milan aveva un amministratore delegato. Ora ne ha due.
Fino a poco tempo fa aveva un avvocato. Poi ne ha avuti due.

Eppure nei momenti migliori della sua carriera, sia come imprenditore, sia come uomo politico, brillava perché al momento giusto – come sanno fare tutti i veri leader – sapeva scegliere sempre e solo una strada, una soluzione. Quella che, guidato dal proprio istinto, riteneva la migliore. E sovente non sbagliava.

Il Berlusconi di oggi non è evidentemente il Berlusconi di ieri. E non è certo una sorpresa. Umanamente chiunque al suo posto sarebbe crollato da un pezzo. Invece resiste, ma pagando un prezzo alto per un capo: quello dell’indecisione, che conduce al compromesso come metodo o forse come fuga da una situazione angosciante.

Basta scorrere rapidamente l’elenco dei processi e dei procedimenti in corso per capire che l’anno ai domiciliari rischia di non essere un episodio isolato, ma l’inizio di un calvario che, nella migliore delle ipotesi, gli impedirà di fare politica liberamente nei prossimi 2-3 anni.

E’ improbabile che torni a Palazzo Chigi e con la decadenza della scorsa settimana si è chiusa un’epoca, ma è ancora il leader di un centrodestra che nei sondaggi tiene. E in quanto tale dovrebbe avere il coraggio e la saggezza di nominare il delfino o, se preferite, l’erede politico.

Uno, uno solo.

Se lo ha scelto, è il momento di lanciarlo. Se non c’è, è il momento di trovarlo.

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