E’ straordinario come, dopo le rivelazioni di Snowden, le gente continui a pensare che basti crearsi un nickname per garantirsi l’anonimato. E che, proprio in virtù di questo ipotetico anonimato, tenda a trascendere nei commenti sui blog e sui social network, scadendo frequentemente e voluttuosamente nell’insulto.

In realtà il nickname non serve a nulla, considerato che un utente è identificato tramite l’indirizzo Ip. E coloro che usano un indirizzo Ip di un altro Paese, sono solo leggermente più al riparo sapendo che in realtà attraverso la tracciatura online e con l’ausilio degli algoritmi, sono facilmente identificabili.

Ma a stupirmi ancor di più è l’ipocrisia con cui vengono sfruttati i commenti”fegatosi” sui social. L’altro giorno i siti di Repubblica e del Corriere titolavano: minacce di morte ai politici in un post di Grillo.

Leggendolo ho pensato che Grillo avesse minacciato di morte i leader di Sel e Scelta civica, in realtà il titolo si riferiva ai commenti postati dagli utenti. A parte l’evidente strumentalizzazione, l’indignazione perbenista di testate di sinistra come Repubblica appare francamente ridicola: proprio il loro popolo per anni ha scritto di tutto, sui social, contro Berlusconi, Bossi e altri leader: minacce, insulti, inviti al linciaggio, che ovviamente nessuna grande firma liberal ha biasimato. E ora basta qualche frase di qualche idiota, etichettabile come grillino, per suscitare esecrazione. Il doppiopesismo è evidente e si squalifica da sè.

Così come, a mio giudizio, è l’inutilità di questi commenti. Fino a qualche anno ci voleva una notevole dose di audacia per dare pubblicamente del cretino a un politico. Ma ora lo fanno tutti. E se, dappertutto, tranne che in pochi regimi dittatoriali o autoritari, le istituzioni lasciano fare ci deve essere un motivo.

Motivo che a mio giudizio è facilmente intuibile.

Lo sproloquio e l’insulto online rappresentano uno sfogo alle frustrazioni dei cittadini, ma sia nella forma che nei contenuti ormai banali e, soprattutto, fine a se stessi. Raramente generano movimenti di protesta strutturati. Sono sfoghi emotivi, dunque effimeri; in quanto tali possono essere considerati dalle istituzioni non una causa di destabilizzazione, ma un male inevitabile e, in fondo, propizio. L’insulto in rete genera la sensazione di averle cantate ai potenti, ma scivola via veloce, quasi sempre senza lasciare traccia duratura.

La protesta c’è ma è virtuale; finche’ si limita a uno sfogo personale, nell’intimità del proprio schermo, è in fondo innocua. Se fosse organizzata e organica il discorso sarebbe diverso, ma l’ormai evidente fallimento dei “forconi” dimostra che il pericolo è remoto.

Insultate, insultate, nulla resterà.