Che vita straordinaria la sua, così intensa da valerne quattro. Vittorio Dan Segre se n’è andato, questa volta davvero.

Aveva 91 anni, ma avrebbe dovuto morire da bambino quando il padre, pulendo la pistola, lasciò partire inavvertitamente un colpo che sfiorò i capelli di suo figlio che lo stava seguendo di nascosto. Il proiettile bruciò i capelli riccioluti di quel bimbo e si conficcò sul bordo della scrivania. Poi rischiò di morire trentenne, finendo in un burrone in auto, e in un incidente aereo e ancora in tarda età per un infarto che gli ha bruciato un quarto del cuore e per un tumore di solito fulminante. Ma la morte lo ha sempre risparmiato, come se Dan avesse un destino da compiere e molto da donare ha chi ha avuto il privilegio di conoscerlo.

Si considerava – e lo scrisse nel titolo del suo più bel libro – un ebreo fortunato.

Un ebreo piemontese di Govone, che giovanissimo si arruolò nella Brigata ebraica dell’esercito britannico, sfuggendo così alla persecuzione nazista e trovandosi a vivere una delle imprese più esaltanti per un giovane ventenne che sognava una vita eroica: la fondazione di uno Stato, quello di Israele. Il giovanissimo Dan Segre divenne l’assistente personale di Ben Gurion e poi di Golda Meir, fu compagno d’armi di Ytzhak Rabin, partecipò alla splendida avventura dei kibbutz e al contempo come militare alle prima guerre, quella della sopravvivenza, di Israele. Poi entrò nel servizio diplomatico, fino a quando, per una serie di circostanze in apparenza avverse in realtà propizie, fu costretto ad abbandonare quella carriera e, alla vigilia dei 50 anni, a intraprenderne un’altra, anzi altre due. Quella accademica, a Oxford, al Mit, all’Università di Haifa, conquistando ben presto una reputazione internazionale, e quasi simultaneamente quella giornalistica, corrispondente da Gerusalemme del Corriere della Sera e del Figaro. Anzi tre: fu anche raffinato scrittore.

Quando Montanelli nel 1974 lasciò il Corriere della Sera, lo chiamò al suo fianco  e Dan Segre, con Indro e un manipolo di altre grandi firme, fondò il Giornale nuovo. Poi, ormai quasi 80enne, la terza fondazione sulle rive del Ceresio, quella dell’Istituto studi mediterranei all’Usi dove fu introdotto da Luigiterzo Bosca.

Fu al Giornale che ci conoscemmo. Era il 1989 e io, giovanissimo giornalista, nemmeno trentenne proveniente da Lugano, mi trovai, in qualità di caporedattore della redazione esteri, a decidere quali articoli di autentici Maestri tra cui Vittorio Dan Segre, che si firmava R.A. Segre, in omaggio alla moglie Rosetta, meritassero di essere pubblicati. Quella situazione per me lusinghiera e paradossale, carica di responsabilità, agitò a lungo le mie notti, ma fu proprio Dan a prendermi in simpatia e con innata signorilità a rendere il mio compito agevole con l’incoraggiamento e con l’esempio. Quando Rabin fu ucciso, Dan in poche ore dettò a braccio quattro articoli, uno più bello dell’altro.

Avevamo 40 anni di differenza, troppi di solito, non abbastanza per noi. Nacque una splendida, fraterna amicizia che mi ha permesso di condividere con lui tante splendide esperienze, molte luganesi. Come quella dell’Istituto Studi Mediterranei, di cui oggi appare evidente l’utilità e che testimonia una volta di più la straordinaria preveggenza di Segre.  O come “la Caverna di Platone” , un club improbabile ma esaltante di uomini di successo in cerca non di potere ma di risposte esistenziali, filosofiche.

L’ispiratore, la guida era sempre Dan. Con le sue domande paradossali, con le sue citazioni inaspettate, con la sua sorprendente eppure illuminante umiltà, che gli permetteva di affascinare capitani di industria, grandi banchieri, filosofi e politici. Fu uno degli analisti più acuti e lungimiranti. Temi complessi, come quelli del Medio Oriente, e apparentemente inesplicabili, leggendo i suoi articoli diventavano improvvisamente chiari e la successione degli eventi logica.

Dan non ha mai cercato la popolarità e non ha mai ceduto alla vanità dell’ego. Mi ci sono voluti 25 anni di assidua frequentazione per apprendere straordinari episodi della sua vita, che lui mai menzionava se non a proposito. Citavi un Premio Nobel e Dan, come se fosse la cosa più naturale al mondo, ti raccontava aneddoti sui lunghi colloqui o sull’intensa corrispondenza che intratteneva con loro. A sollecitare la sua sagacia erano statisti israeliani (come Shimon Peres), italiani (come Giulio Andreotti), grandi accademici, capitani di impresa europei e americani. Uomo dalla solida identità – ebraica, italiana e israeliana – non indulgeva mai nella partigianeria, che considerava un tradimento all’onestà intellettuale, talvolta sofferta, a cui non ha mai rinunciato. Dan ha vissuto tanto e intensamente, sovente nel cuore della Storia, trovando soddisfazione ma mai vero appagamento.

L’uomo saggio a cui gli amici più intimi si rivolgevano nei momenti importanti della propria vita, sapendo di trovare in lui un Maestro, era a sua volta alla costante ricerca di una dimensione più alta.

C’era un altro Dan oltre a quello immaginifico e razionale, un Dan animato da un insaziabile bisogno di spiritualità. Una delle persone più importanti della sua vita fu un guru buddista indiano che negli anni Cinquanta visse in Israele e che l’allora giovanissimo Segre presentò a Ben Gurion, facendo sbocciare un’amicizia intensa quanto improbabile. Ebreo praticante, ma dotato di una mente flessibile e straordinariamente curiosa, non ha smesso di cercare il senso più profondo alla vita aprendosi anche alle altre culture, ma senza rinnegare la propria. Cattolici erano alcuni dei suoi più preziosi interlocutori, ha studiato il taoismo, le religioni orientali, si interrogava sulla reincarnazione, ha praticato la meditazione. Una parte del suo viaggio spirituale l’ho trascorsa al suo fianco con mia immensa gratitudine.

L’ultimo anno è stato segnato dalla leucemia, che però non ha limitato la sua straordinaria lucidità. Ha avuto la soddisfazione di vedere pubblicato il suo ultimo libro autobiografico, “Storia dell’ebreo che voleva essere eroe” (Bollati Boringhieri) uscito proprio la settimana scorsa,  ma soprattutto di placare la sua sete spirituale in quello che è un ritorno alle origini. E’ nell’ebraismo e nella tradizione più nobile della Kabbalah che Dan ha trovato le risposte esistenziali anelate per una vita.

Lui, che lamentava di non riuscire a sciogliere un sottile strato di ghiaccio in fondo al cuore, se n’è andato nel sonno, nel giorno del riposo ebraico, con il cuore colmo d’amore. L’addio perfetto di un grande uomo, di un Uomo Giusto.

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