Alcuni economisti, e in particolare Alberto Bagnai, lo sostengono da tempo: la Germania sta segando il ramo dell’albero su cui è seduta. E ora molti iniziano a dargli ragione. Pochi ancora, per la verità. I più, a cominciare dal premier Renzi, continuano a vagheggiare un’Italia che assomigli al colosso tedesco. Il che è culturalmente impossibile oltre che fuori tempo massimo. Diciamola tutta: Non-si- può-fare. Perché gli italiani sono italiani e i tedeschi sono tedeschi. Trattasi di due culture del lavoro, di due entità sociali, di due mentalità completamente diverse, talmente differenti da essere, semmai, complementari. L’Italia è una metà, la Germania l’altra metà. La vera grandezza è di esaltare e ottimizzare due diversità, non di schiacciarne una a beneficio dell’altra.

Questo suggerisce il buon senso ma nell’Europa dell’omologazione culturale e identitaria vale la regola opposta: appiattire tutto. E a pagare è il Paese più attaccabile, meno forte politicamente, ovvero, l’Italia con i risultati, drammatici, che sono sotto gli occhi di tutti. Dal Dopoguerra gli italiani non sono mai stati tanto poveri e sfiduciati. Nemmeno ai tempi del terrorismo. Altro che assomigliare ai tedeschi…

Ma se anche, per assurdo, l’Italia potesse trasformarsi in una nuova Germania, economicamente non sarebbe un affare. Già, perché il sistema tedesco è sì incentrato sull’esportazione – ma soprattutto verso i Paesi dell’area euro. La Germania non ha conquistato il mondo, ha conquistato l’Europa, anzi gli europei, i quali per acquistare le merci tedesche si sono indebitati allettati dai bassi tassi di interesse, facendo esplodere non solo il debito pubblico ma anche, soprattutto, quello privato.

Poi il meccanismo si è rotto. La Grecia ha pagato un prezzo sconvolgente, Italia, Spagna, Portogallo sono tramortiti e non riescono a riprendersi, Paesi un tempo virtuosi come Francia e Olanda sono sull’orlo del precipizio e da qualche mese persino la Germania si affaccia al Club dei Paesi Infelici, sebbene con modalità ed effetti non paragonabili a quelli dei partner europei. Continua a stare meglio degli altri ma rallenta vistosamente, col rischio di fermarsi del tutto. Rischio che eviterebbe se spingesse i suoi concittadini a consumare di più per compensare con la crescita interna il ridimensionamento delle esportazioni. Ma la Merkel non è flessibile, né lungimirante. E non cambia strada, con l’atteggiamento tipico del primo della classe che non accetta di rimettersi in discussione e rifiuta di riconoscere la realtà, continuando a tenere un atteggiamento tanto ottuso quanto irragionevole svelando uno degli aspetti più sgradevoli dell’indole nazionale: l’orgoglio che sfocia nella superbia.

Anche per questo gli italiani non potranno mai essere davvero tedeschi.

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